Quando il maestrale gela le campagne e la Barbagia si veste di silenzio, nelle case dei pastori sardi si sprigiona un calore che viene dal profondo del focolare e dalla saggezza antica del riciclo totale. L’inverno, tempo di minore attività all’aperto e di maggiore permanenza in ovile e in famiglia, è anche la stagione in cui la pecora – pilastro economico e simbolico della Sardegna – diventa il centro assoluto della cucina. Non si spreca nulla: dal latte all’agnello, dalle interiora al sangue. Ne nasce una gastronomia forte, corposa e rituale, specchio di una civiltà che ha fatto della parsimonia e dell’ingegno una forma d’arte. Questi sono i piatti che scalda il corpo e raccontano la storia.
La Filosofia del “Non Si Butta Via Nulla” (Su Connottu)
La cucina agropastorale sarda invernale è governata da due principi sacri: l’opportunismo stagionale e lo sfruttamento integrale dell’animale (su connottu, la conoscenza antica). L’inverno, dopo la tosatura autunnale e prima delle nascite primaverili, era il momento tradizionale della macellazione. Le parti migliori potevano essere conservate (affumicate, salate, insaccate), mentre le frattaglie e le carni meno nobili dovevano essere consumate subito, in grandi preparazioni comunitarie che univano il vicinato. È una cucina senza eleganze formali, ma di una profondità di sapori disarmante.
I Grandi Classici della Pentola Invernale
1. Sa Cordula (o Cordedda) – L’Intestino Ritorto

Forse il piatto più iconico e rappresentativo di questa filosofia.
- Cos’è: L’intestino tenue dell’agnello o dell’agnellone, pulito con maestria e arrotolato su se stesso come una gomitolo, spesso inframezzato con pezzetti di coratella (cuore, polmoni, milza) e carne magra. Viene fissato con uno stecchino o cucito.
- La Cottura: Si rosola in padella con strutto, aglio e prezzemolo, poi si sfuma con vino bianco e si finisce di cuocere in umido, spesso con piselli freschi (in inverno si usano quelli secchi, messi a bagno) o con patate. La cottura è lunga, finché la cordula non diventa tenera e croccante all’esterno.
- Il Sapore: Intenso, ricco, terroso. Una sinfonia di sapori che esalta l’”umore” dell’animale, bilanciata dalla dolcezza dei piselli. Richiede un vino rosso strutturato, come un Cannonau.
2. Su Trattaliu (o Trattalia) – Lo Spiedino Rustico

La versione “da passeggio” e alla brace delle interiora.
- Cos’è: Degli spiedini dove si infilzano pezzetti di fegato, rognone, polmone e cuore d’agnello, spesso alternati a foglie di alloro e a lardo. In alcune zone (Barbagia di Ollolai) si usa avvolgerli nel retto (una membrana) per tenerli compatti.
- La Cottura: Cotti sulla brace viva di un fuoco di legna aromatico (mirto, lentischio, quercia), girati spesso fino a una crostatura esterna perfetta.
- Il Sapore: Il fumo del legno nobilita le frattaglie, il lardo scioglie e insaporisce. È il cibo della festa e della condivisione, mangiato con le mani.
3. Su Burdhu (o Bagudu) – Il Sangue Protetto
Un piatto raro e di una tradizione antichissima, oggi quasi introvabile se non in famiglie di pastori.
- Cos’è: Il sangue fresco dell’agnello, raccolto al momento della macellazione e mescolato con grasso battuto, pinoli, uva passa, scorza d’arancia e spesso un liquore (filu ‘e ferru). L’impasto viene poi farcito nello stomaco (ciboeddu) dell’animale, chiuso e bollito per ore.
- Il Risultato: Una sorta di sanguinaccio sardo complesso e speziato, dalla consistenza morbida e dal sapore dolce-salato, caldo e ferroso. È l’apice del concetto di “non si butta via nulla”.
4. Sa Suppa Quatta (o “Suppa Cuata”) – La Zuppa “Nascosta”

Il piatto di conforto per eccellenza, che trasforma il pane raffermo in un tesoro.
- Cos’è: Strati di pane carasau (o pane raffermo tagliato a fette) bagnati con brodo di pecora caldissimo, intervallati da pecorino grattugiato fresco e formaggio a pasta filata (casizolu). In superficie, si rompono delle uova e si grattugia altro pecorino stagionato.
- La Cottura: Il tutto viene passato in forno finché non forma una crosta dorata e compatta. La “quatta” (nascosta) perché gli ingredienti più preziosi (formaggio, uova) sono sotto la crosta.
- Il Sapore: Una bomba di sapori pastorali: il brodo grasso, l’acidità del formaggio fresco, la sapidità del stagionato, la cremosità dell’uovo. Ricostituente e avvolgente.
5. Agnello in Capotto (Agnellu ‘e Crapottu) – Lo Stufato della Festa

La celebrazione delle parti nobili.
- Cos’è: Un ricco stufato di agnello (di solito tagliato a pezzi grandi, come il cosciotto o la spalla), cotto a fuoco lentissimo in un tegame di coccio con cipolle, sedano, carote, vino rosso, concentrato di pomodoro e un mazzetto aromatico.
- La Particolarità: La cottura lunghissima (anche 3-4 ore) rende la carne così tenera da staccarsi dall’osso e il sugo denso e corposo. È il piatto della domenica invernale o delle grandi occasioni familiari.
Il Contorno Necessario: Il Pane
Nessuno di questi piatti esiste senza il suo compagno solido: il pane. Dal pane carasau che raccoglie ogni sugo, al pane “fine” (civraxiu, moddizzosu) che accompagna i bolliti, fino al pane “guttiau” (pane carasau spennellato d’olio e scaldato) per accompagnare i salumi. È il cucchiaio, il piatto e l’essenza stessa del pasto.

Dove Assaggiarli Oggi (e il Rispetto Dovuto)
Questi piatti sono l’anima autentica della Sardegna interna. Per assaggiarli nel modo giusto:
- Durante le feste paesane invernali (Carnevale, Sant’Antonio Abate).
- Nelle sagre dedicate che si svolgono in molti paesi della Barbagia e del Marghine.
- In alcuni agriturismi autentici gestiti da famiglie di pastori, dove il menù segue il ciclo delle stagioni.
- Con il giusto atteggiamento: Non si tratta di “cucina stellata”, ma di cibo di sostanza e identità. Va approcciato con curiosità e rispetto, comprendendone le radici povere e profonde. Non tutti i palati sono abituati all’intensità delle frattaglie, ma è un’esperienza culturale prima che gastronomica.

Il Calore che Viene dalla Storia
Mangiare “pecora in inverno” in Sardegna non è solo un atto alimentare. È un rito di appartenenza. È assaggiare la fatica della transumanza, l’astuzia della sopravvivenza, la generosità della condivisione attorno al fuoco.
Ogni boccone di cordula o di suppa quatta racconta di uomini che hanno lottato contro il freddo, che hanno onorato l’animale che dava loro tutto, e che hanno trasformato gli scarti in delizie. È una cucina che non cerca di stupire l’ospite, ma di nutrirlo nel corpo e nella memoria. Una cucina che, come il suono grave dei campanacci nel silenzio invernale, risuona di una verità antica e potente.

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