• Perché giugno è il mese migliore per venire in Sardegna (e no, non sto esagerando)

    Perché giugno è il mese migliore per venire in Sardegna (e no, non sto esagerando)

    Quando si parla di Sardegna, il pensiero corre subito a luglio e agosto: mare affollato, temperature da bollino rosso, code al ristorante e prezzi che fanno venire il mal di cuore prima ancora di aver assaggiato il primo culurgione. Ma chi la conosce davvero sa che c’è un segreto ben custodito: giugno.

    Mentre tutti aspettano l’alta stagione, chi sceglie giugno si gioisce l’isola nel suo momento migliore. Ecco perché.

    ☀️ Clima perfetto: né troppo caldo, né troppo freddo. Il giusto equilibrio

    Partiamo da un fatto oggettivo: il meteo di giugno in Sardegna è da manuale. Le temperature medie si aggirano intorno ai 25-28°C durante il giorno , con punte che raramente superano i 30°C. L’aria è calda ma non afosa, il mare si è già riscaldato a sufficienza (intorno ai 20-22°C) per farsi apprezzare senza lo shock termico di maggio .

    E le notti? Fresche ma non fredde, perfette per cenare all’aperto con una felpa leggera. Niente di quella calura opprimente che costringe a rimanere inchiodati al condizionatore.

    Le giornate sono lunghe – il solstizio d’estate cade proprio il 21 giugno – il che significa più ore di luce per spiaggia, trekking, escursioni e aperitivi al tramonto .

    Aggiungiamoci che il vento (sì, quel famoso maestrale) è generalmente meno intenso rispetto alla primavera e all’autunno, anche se qualche folata può capitare. Ma a differenza dell’alta stagione, il mare è spesso calmo e limpido , ideale per snorkeling e paddle .

    🌊 Meno folla: la Sardegna non è ancora “presa d’assalto”

    Se c’è una parola che descrive la Sardegna a luglio e agosto è “assedio”. Code chilometriche sulla SS125 Orientale Sarda, spiagge dove il telo si tocca con quello del vicino, locali con fila fuori e parcheggi un miraggio.

    A giugno la situazione è radicalmente diversa.

    Le spiagge più famose – dalla Pelosa a Stintino, da Cala Goloritzé a Tuerredda – sono frequentate ma non prese d’assalto. Puoi arrivare a Cala Mariolu o Cala dei Gabbiani senza svegliarti alle 6 del mattino . Tiri su il telo e trovi posto. Fai colazione con calma, prendi il sole e magari trovi anche un po’ di ombra naturale senza dover piantare l’ombrellone alle 8:30.

    I borghi più belli – Bosa, Castelsardo, Alghero, Carloforte – sono vivaci ma non intasati. Giri per i vicoli senza doverti fare largo tra la folla, ti siedi al bar senza lottare per un tavolo, ascolti il rumore del mare e non quello dei motorini.

    💰 Prezzi più economici: la differenza la senti sul conto

    Veniamo al punto che fa più male al portafoglio. La differenza di prezzo tra giugno e luglio/agosto è enorme. E lo dicono i numeri.

    🏨 Pernottamenti

    • Giugno: una camera doppia in un buon B&B o albergo a 3 stelle si trova a partire da 50-90€ a notte .
    • Agosto: la stessa stanza può facilmente costare 150-250€ a notte , con punte di 300€ nelle località più esclusive . Stesso discorso per i villaggi turistici e i residence.

    ✈️ Voli

    • Giugno: voli low cost da Roma o Milano si trovano ancora a 30-60€ andata e ritorno (prenotando con un po’ di anticipo).
    • Agosto: preparati a spendere 150-250€ , se non di più, per gli stessi tratte .

    🍽️ Ristoranti e servizi

    I ristoranti non applicano ancora i “listini turistici” pompati di alta stagione. Una cena a base di pesce con vino ti costa mediamente 30-40€ a persona , contro i 50-70€ di agosto. Noleggio auto, gite in barca, escursioni: tutto costa mediamente il 20-40% in meno .

    Il consiglio? Se puoi scegliere, vieni nella prima metà di giugno . La seconda metà, soprattutto dal 20 in poi, si avvicina già ai prezzi di alta stagione, ma resta comunque più economica di luglio .

    🚗 Servizi e trasporti: tutto funziona (e senza stress)

    Uno degli incubi dell’alta stagione in Sardegna sono i trasporti. Traghetti prenotati con mesi di anticipo, auto a noleggio introvabili o a prezzi folli, autobus stracolmi.

    A giugno il sistema è pienamente operativo ma non ancora sotto stress .

    • Traghetti dalla penisola: tutte le compagnie (Moby, Tirrenia, Grimaldi, ecc.) sono attive con orari regolari, ma puoi ancora prenotare con una settimana di anticipo senza trovarti il “sold out”.
    • Noleggio auto: c’è disponibilità e i prezzi sono ragionevoli (si parte da 30-40€ al giorno per un’utilitaria). A luglio la stessa auto arriva a 80-120€ .
    • Trasporti pubblici (ARST, CTM, ecc.): gli autobus per le spiagge e i paesi interni partono regolari e non sono ancora presi d’assalto.
    • Navi per le isole minori (La Maddalena, San Pietro, Sant’Antioco): ci si imbarca senza file interminabili.

    Insomma, ti muovi con libertà e serenità , senza quel sottofondo di ansia da “devo prenotare tutto tre mesi prima”.

    🌅 Cosa puoi fare a giugno che in piena estate non puoi (o è peggio)

    Giugno non è solo “un agosto meno caro”. È un mese con una sua personalità e attività che in alta stagione diventano complicate.

    🏞️ Trekking e natura

    Temperature miti = escursioni possibili anche nelle ore centrali della giornata. Puoi affrontare il Selvaggio Blu (versione light), i sentieri dei Tacchi d’Ogliastra, la Scala di San Giorgio, le Grotte di Nettuno a Alghero, o il trekking al Gennargentu senza rischiare un colpo di calore. In luglio e agosto molti sentieri sono sconsigliati dalle 11 alle 17.

    🍷 Cantine e sagre

    Giugno è il mese delle prime sagre (Osini, Baunei, Villagrande Strisaili), del Girotonno a Carloforte, delle prime aperture delle cantine con vendemmie in arrivo. È un mese ancora autentico, dove incontri davvero i produttori e non solo folle di turisti.

    🚴 Cicloturismo e sport all’aperto

    Pedalare in Sardegna a luglio con 38°C è un’impresa da atleti. A giugno le temperature sono perfette per giri in bici, trail running, kayak, SUP e vela. I mari sono calmi, i venti non ancora troppo forti, le giornate lunghe.

    🏛️ Cultura senza code

    Puoi visitare i siti archeologici (Nuraghe Su Nuraxi a Barumini, Complesso di Santa Cristina, Tharros, Nora) senza la calca e il caldo soffocante. Le mostre e i musei (Museo Archeologico di Cagliari, Museo Nivola a Orani, MAN a Nuoro) sono godibilissimi.

    🏖️ Spiagge: quali scegliere a giugno

    Praticamente tutte . Il discorso è semplice: la maggior parte delle spiagge non ha ancora i bagnini (che partono ufficialmente dal 15 giugno, ma spesso dal 20), ma puoi goderti l’acqua cristallina in assoluta tranquillità.

    Ecco una selezione per area:

    ZonaSpiagge imperdibili a giugno
    Nord (Costa Smeralda)La Pelosa (Stintino), Rena Bianca (Santa Teresa Gallura), Capriccioli, Liscia Ruja
    Est (Ogliastra)Cala Goloritzé, Cala Mariolu, Cala dei Gabbiani, Cala Luna, Porto Frailis
    Sud (Chia/Villasimius)Tuerredda, Porto Giunco, Simius, Cala Cipolla, Su Giudeu
    Ovest (Sinis)Is Arutas (spiaggia di quarzo), San Giovanni di Sinis, Maimoni, Corrighias

    Il consiglio per non sbagliare: arriva entro le 10:30 e trovi parcheggio e posto in spiaggia senza patemi. A luglio/agosto l’ora fatidica è le 8:30 .

    🎟️ Eventi di giugno da non perdere

    DataEventoLocalitàPerché andarci
    29 maggio – 2 giugnoGirotonnoCarloforteFestival internazionale del tonno rosso, cooking show, concerti
    6-7 giugnoSagra delle CiliegieOsiniCiliegie, culurgiones, borgo fantasma, navette gratuite
    13-14 giugnoBèranu AntiguVillagrande StrisailiFalò, laboratori, visite al nuraghe S’Arcu ‘e is Forros
    19-21 giugnoMarina Café NoirGillaquas (Elmas – CA)Festival letterario con Willie Peyote, Motta, Tonino Carotone
    20-21 giugnoSagra del Pesce / tradizioniBari Sardo (OG)Da confermare – tipica sagra ogliastrina
    21 giugnoSolstizio d’estateIn tutta l’isolaFalò, notte delle erbe di San Giovanni, riti antichi
    23 giugnoNotte di San GiovanniAlghero, Ozieri, Bono, Macomer, CastelsardoFuochi, balli, raccolta erbe, rito del salto del fuoco
    27-28 giugnoSagra di fine giugnoLanusei (OG)Chiusura del circuito “Primavera nel cuore della Sardegna”

    Info e aggiornamenti: cuoredellasardegna.it e siti delle Pro Loco locali.

    🎒 Consigli pratici per chi viene a giugno

    • Prenota volo e auto entro metà maggio – I prezzi salgono, ma niente panico come per agosto.
    • Porta una felpa o un k-way leggero – Soprattutto per le escursioni in montagna (Gennargentu, Tacchi, Barbagia) e per le notti al mare.
    • Protezione solare sì, ma non da bollino rosso – A giugno ti abbronzi gradualmente, senza ustionarti in 10 minuti.
    • Scarpe da trekking nello zaino – Se pensi di fare escursioni, ne avrai bisogno.
    • Prenota le cene solo per gli eventi clou (Girotonno, sagre) – Per il resto, trovi posto senza problemi.
    • Scopri l’entroterra – Approfitta delle temperature miti per esplorare Barbagia, Ogliastra, Marmilla, Mandrolisai. A luglio e agosto molte zone interne sono bollenti.

    🏆 Giugno o agosto? La risposta è semplice

    Se puoi scegliere, la risposta è giugno senza pensarci due volte. È il mese che ti regala la Sardegna più autentica:

    • Clima perfetto: caldo ma non torrido, mare gradevole, notti fresche
    • Meno turisti: niente code, niente bagni di folla, ritmi rilassati
    • Prezzi accessibili: voli, hotel, ristoranti e servizi costano molto meno
    • Sistema operativo: traghetti, bus, navi, noleggio auto – tutto funziona senza stress
    • Eventi unici: sagre, festival, fuochi di San Giovanni, solstizio
    • Natura godibile: trekking, ciclismo, escursioni – senza caldo assassino

    Certo, se hai figli in età scolastica e sei vincolato alle ferie di agosto, ti capiamo. Ma se hai la libertà di scegliere, regalati giugno. Scoprirai una Sardegna che non ti aspetti: più vera, più rilassata, più tua.

    Prenota ora. La Sardegna a giugno ti aspetta – senza ressa, senza stress, solo mare, monti e tradizioni.

  • Girotonno 2026 a Carloforte: il festival internazionale del tonno rosso

    Girotonno 2026 a Carloforte: il festival internazionale del tonno rosso

    Quando si parla di tonno rosso, c’è un luogo che più di ogni altro al mondo ne custodisce la tradizione, la cultura e il sapore: Carloforte. La piccola isola di San Pietro, appena al largo della costa sud-occidentale della Sardegna, ospita ogni anno il Girotonno, la manifestazione che celebra il “maiale del mare” con una kermesse unica nel suo genere . Se sei un appassionato di enogastronomia o semplicemente curioso di scoprire un evento che unisce sapori antichi e innovazione, segna queste date sul calendario.


    📜 Cenni storici: dalle tonnare dei Tabarkini al Girotonno

    Per capire l’anima del Girotonno, bisogna fare un salto indietro di quasi tre secoli. Siamo nel 1738: un gruppo di coloni liguri, scacciati dall’isola tunisina di Tabarka, ottiene da Carlo Emanuele III di Savoia il permesso di stanziarsi su quella che oggi chiamiamo Isola di San Pietro . Questi pescatori, conosciuti come Tabarkini, portano con sé un’arte antica e preziosa: quella della pesca del tonno rosso.

    Per secoli, la tonnara di Carloforte (l’unica ancora attiva oggi in Italia tra quelle di tipo “fisso”) ha rappresentato la principale risorsa economica dell’isola . Il rito della pesca era un evento cruciale, scandito da tempi e tecniche precise, con il Rais (il capo dei pescatori) a guidare le operazioni.

    L’idea del Girotonno nasce nel 2003 da un’intuizione dello chef stellato carlofortino Luigi Pomata. Dopo aver partecipato al Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo, Pomata pensò: “Perché non organizzare una manifestazione simile a Carloforte, dedicata al tonno?” . L’amministrazione comunale dell’epoca colse subito l’opportunità, e da quell’anno l’evento è diventato un appuntamento fisso e imperdibile, trasformandosi in un punto d’incontro tra le culture gastronomiche di tutto il mondo, esattamente come lo sono state le rotte migratorie del tonno per millenni.


    📅 Programma Girotonno 2026: date e cosa fare

    La 23ª edizione del Girotonno si preannuncia come la più ricca di sempre. L’evento ha preso il via con un pre-event tra il 23 e il 28 maggio 2026 per poi entrare nel vivo nei giorni centrali tra il 29 maggio e 2 giugno 2026.

    1. World Tuna Competition: La gara dei continenti

    Il cuore pulsante del festival. Sei mai stato a vedere chef che si sfidano come fossero atleti olimpici? Per la prima volta nella storia della rassegna, la competizione vedrà rappresentati 5 Continenti . Immagina l’aria profumata di spezie e mare mentre otto chef provenienti da Australia, Finlandia, Giappone, Marocco, El Salvador, Siria e Spagna trasformano il tonno rosso in arte.

    • Come assistere: Le qualificazioni costano 25€, la finale 35€. Hai diritto a un posto in platea e a degustare i piatti (2 portate internazionali accompagnate da vino e acqua) .

    2. Girotonno Live Cooking

    Se ami la tv, troverai i volti noti della ristorazione italiana. Fulvio Marino, Diana Beltran, Vincenzo Sorvillo e il duo social formato da Fabrizio Nonis (El Bekèr) e Luca Pappagallo saliranno sul palco per show coinvolgenti . E per la chiusura del 2 giugno, un grande omaggio alla tradizione con i cuochi storici di Carloforte: le famiglie Pomata, Rosso e Borghero. Il costo è di 15€ (degustazione + vino) .

    3. Musica e spettacoli: Rocco Hunt in concerto

    Il Girotonno non è solo cibo. La sera, il porto si trasforma in un palcoscenico. L’artista clou è stato, il 30 maggio 2026,  Rocco Hunt, che ha portato i suoi successi “Nu juorno buono”, “Caramello” in un concerto gratuito per il pubblico .

    4. Tuna Village

    Lungo la banchina di Mamma Mahon troverai un villaggio gastronomico dove gustare di tutto: dalla ventresca ai panini gourmet, passando per la bobba (crema di fave tipica) e il cascà (il cous cous carlofortino) .


    🚢 Come arrivare a Carloforte

    L’isola di San Pietro è raggiungibile esclusivamente via mare. Non preoccuparti, le tratte sono brevi e frequenti. Ecco come organizzarti :

    ✈️ In aereo: Atterra all’Aeroporto di Cagliari-Elmas. Da lì, noleggia un’auto (consigliatissima per muoverti liberamente sull’isola) o prendi un bus navetta fino ai porti di imbarco .

    ⛴️ In traghetto: Le compagnie principali sono Delcomar e Saremar. Hai due opzioni per salpare:

    1. Da Portovesme (frazione di Portoscuso): La soluzione più veloce. La traversata dura circa 30 minuti.
    2. Da Calasetta (Isola di Sant’Antioco): La traversata è leggermente più lunga, intorno ai 40 minuti, ma è paesaggisticamente molto bella.

    🅿️ Consiglio logistico: Durante il Girotonno, l’isola si riempie. Se arrivi in auto, lascia il mezzo a Carloforte una volta parcheggiato: il borgo si gira benissimo a piedi. Molti turisti lasciano l’auto al porto di partenza (Portovesme) e portano solo lo scooter sul traghetto, un vero salvavita per evitare la coda per parcheggiare .


    🍴 Cosa mangiare (oltre al tonno)

    Ovvio, qui il tonno è il re. Dalla ventresca grassa e burrosa alla mosciame (filetto essiccato), passando per la bottarga grattugiata sulla pasta . Ma Carloforte ha una particolarità unica: essendo un’enclave ligure in Sardegna, troverai piatti come il cuscus alla carlofortina (il cuscus di pesce) e la farinata di ceci, un ponte perfetto tra Genova e questa splendida isola .


    🏆 Conclusione

    Il Girotonno è molto più di una sagra. È un viaggio nella storia di un popolo che vive in simbiosi con il mare, un’occasione per assaggiare piatti stellari a prezzi popolari e per ballare sotto le stelle in uno dei borghi più affascinanti del Mediterraneo.

    Informazione utile: Se vuoi vivere un’esperienza ancora più autentica, partecipa al contest “Tonnare in Famiglia” (se sei in tempo) o prenota i biglietti per le competizioni su Eventbrite per evitare le code .

    Buon viaggio e buon appetito da Carloforte!

  • Donne di Gusto a Genuri: il gran finale di Primavera in Marmilla dove le ricette si raccontano al femminile

    Donne di Gusto a Genuri: il gran finale di Primavera in Marmilla dove le ricette si raccontano al femminile

    Domenica 31 maggio 2026, la 26ª edizione della sagra “Pani, Casu e Binu a Rasu” diventa un palcoscenico per il talento delle cuoche della Marmilla 

    C’è una sagra, in Sardegna, che non assomiglia a nessun’altra. Non è solo una festa del cibo. Non è solo una celebrazione del pane, del formaggio e del vino. È qualcosa di più intimo, più prezioso, più autentico.

    È “Donne di Gusto” , il gran finale di Primavera in Marmilla che va in scena a Genuri domenica 31 maggio 2026 . E la sua anima, come suggerisce il nome, non è fatta di stand anonimi o di produzioni industriali. È fatta di mani femminili, di ricordi tramandati di madre in figlia, di ricette che sopravvivono al tempo perché qualcuna ha deciso di custodirle.

    In un mondo che corre veloce, dove il cibo è sempre più spesso esperienza standardizzata, “Donne di Gusto” fa una scelta coraggiosa e controcorrente: mette al centro le cuoche del paese. Quelle che da decenni – forse secoli – preparano con gli stessi gesti il pane, i formaggi, i dolci, i piatti della tradizione.

    Ecco perché vale la pena andare a Genuri il 31 maggio. Ecco perché questa sagra merita un articolo che vada oltre il semplice “cosa si mangia”.


    Genuri e la Marmilla: la “terra del grano” che custodisce le radici

    Genuri si trova nel cuore della Marmilla, una regione del centro-sud Sardegna che gli antichi chiamavano la “terra del grano” . È un territorio di dolci colline, di pascoli infiniti, di borghi antichi che si arrampicano su speroni di roccia. Ed è qui, in questo paesaggio che sembra fermo nel tempo, che la tradizione contadina e pastorale è sopravvissuta intatta più che altrove.

    Primavera in Marmilla, la rassegna che coordina il Consorzio Turistico Sa Corona Arrùbia, è nata proprio per valorizzare questo patrimonio . Da fine marzo a fine maggio, nove comuni si alternano in un calendario di eventi che raccontano l’anima autentica del territorio: dalle sagre del pane alle feste della mandorla, dalle rievocazioni storiche alle gare poetiche dei cantadoris .

    E l’ultimo appuntamento, il sigillo finale di questo viaggio primaverile nella Sardegna più vera, è proprio Genuri con “Donne di Gusto” .


    L’angolazione unica: una sagra dedicata al talento femminile

    La 26ª edizione della sagra “Pani, Casu e Binu a Rasu” si tinge quest’anno di una sfumatura speciale . L’evento, pur mantenendo il suo focus sui prodotti tipici – il pane carasau e gli altri pani della tradizione, i formaggi della pastorizia locale, il vino novello delle vigne circostanti – si arricchisce di una dimensione narrativa al femminile.

    Protagoniste assolute sono le donne del paese. Quelle che hanno imparato a impastare il pane guardando le loro nonne. Quelle che conoscono il segreto per ottenere la ricotta perfetta. Quelle che ancora oggi, nei forni a legna delle loro case, preparano i dolci della festa seguendo ricette che nessun libro di cucina ha mai trascritto.

    Come spiega il Consorzio Sa Corona Arrùbia, l’obiettivo di Primavera in Marmilla è trasformare ogni tappa in “un’occasione di scoperta del territorio e in un’esperienza autentica e coinvolgente” . E a Genuri, quella scoperta passa attraverso l’incontro con le custodi della memoria gastronomica del paese.


    Incontriamo le cuoche: voci dalla tradizione (ideale)

    Immaginiamo di passeggiare per le vie di Genuri il giorno della festa. Immaginiamo di spingerci oltre gli stand, di bussare a un portone socchiuso, di essere accolte in una cucina che profuma di lievito e di ricordi.

    Antonia, 72 anni, ha imparato a fare il pane da sua madre quando era ancora una bambina.

    “Avevo sette anni”, racconta mentre le sue mani, rapide e sicure, danno forma a un disco di pasta destinato a diventare pane carasau. “La mattina presto, prima di andare a scuola, mia madre mi chiamava: ‘Antò, vieni che oggi impastiamo’. All’inizio era un gioco. Poi, col tempo, è diventato un dovere. E oggi, finalmente, ho capito che era un dono.”

    Il pane carasau – la celebre “carta da musica” dei pastori sardi – era un tempo la scorta di cibo per la transumanza. La sua preparazione era un rito collettivo che coinvolgeva le donne del vicinato. Mentre una impastava, un’altra stendeva la sfoglia, un’altra ancora controllava il forno a legna. E mentre le mani lavoravano, si raccontavano storie, si cantavano ninne nanne, si tramandavano segreti.

    Oggi, Antonia è una delle cuoche che il 31 maggio aprirà le porte della sua cucina ai visitatori di “Donne di Gusto”. Non ci saranno lezioni formali, ma dimostrazioni spontanee, fatte di gesti antichi e di spiegazioni semplici. Perché, come dice lei, “la ricetta vera non si scrive. Si guarda. Si assaggia. Si sente” .


    Grazia, 58 anni, è la regina dei formaggi nella sua famiglia.

    “Mio padre aveva trenta pecore”, ricorda. “Ogni mattina, prima dell’alba, andava a mungerle. Mia madre, nel frattempo, scaldava il siero. Il profumo del latte appena munto che si trasforma in cacio è qualcosa che non si può descrivere. È il profumo della nostra terra.”

    La tradizione casearia della Marmilla è antica quanto la pastorizia stessa. I formaggi caprini e ovini prodotti in quest’area – pecorino, ricotta, casu axedu (il formaggio fresco acido) – sono ancora realizzati secondo metodi artigianali, senza additivi né conservanti. Al ritmo lento della natura.

    Alla sagra di Genuri, Grazia porterà i suoi formaggi, ma soprattutto porterà la sua storia. “Ogni forma di formaggio racconta qualcosa”, spiega. “La stagione in cui è stato prodotto, l’erba che hanno mangiato le pecore, la mano che lo ha lavorato. Non c’è mai un formaggio uguale a un altro. Come non ci sono due giorni uguali nella vita di un pastore.”


    Maria Luisa, 45 anni, ha ereditato dalla suocera la ricetta delle seadas.

    “Quando mi sono sposata, quasi vent’anni fa, mia suocera mi ha detto: ‘Ora ti insegno a fare le seadas. Perché un giorno le farai per i tuoi figli, e loro le faranno per i loro. È così che si continua’.”

    Le seadas (o sebadas) sono il dolce forse più famoso della Sardegna: un raviolo di pasta di semola ripieno di formaggio fresco (la casu ‘e fitta), fritto nello strutto e servito con miele amaro. Ma la versione di Maria Luisa ha un segreto – un pizzico di scorza d’arancia nell’impasto, un miele specifico raccolto sui monti vicini – che la rende unica.

    “Mia suocera non me l’ha mai detto, il segreto”, confessa ridendo. “Me lo ha fatto scoprire guardandola lavorare. Per mesi. Anni. ‘Vedi’, mi diceva, ‘la quantità giusta si sente con le mani. Non si misura con la bilancia’.”

    Il 31 maggio, Maria Luisa sarà tra le cuoche che prepareranno i dolci sotto gli occhi dei visitatori. E anche se non rivelerà tutte le sue carte, l’emozione di vedere nascere una seada – dalla sfoglia alla frittura – sarà comunque magia pura.


    Cosa si mangia (e si impara) a “Donne di Gusto”

    Oltre alle storie, naturalmente, ci sarà il cibo. E che cibo.

    Il nome della sagra – “Pani, Casu e Binu a Rasu” – dice già tutto: pane, formaggio e vino in abbondanza .

    Ecco alcune delle eccellenze che si potranno degustare:

    • Il pane carasau e le sue varianti: il pane guttiau (condito con olio e sale), il pane frattau (il piatto povero dei pastori, che recuperava le scaglie di pane nel brodo di pecora).
    • I formaggi della Marmilla: pecorino stagionato, ricotta affumicata, casu axedu da spalmare.
    • I salumi locali: salsiccia secca, coppa di maialelardo della lavorazione del maiale.
    • I dolci della tradizione: seadas, pardulas (dolcetti di ricotta e zafferano), amaretti alle mandorle.
    • Il vino novello: il Carignano del Sulcis DOC e i vini bianchi dei vitigni autoctoni della Marmilla.

    Ogni piatto, ogni bicchiere, sarà accompagnato da una storia. Perché a “Donne di Gusto” non si mangia e basta. Si impara mentre si mangia. Si capisce da dove viene quel cibo, chi lo ha preparato, con quali gesti, con quali ingredienti.


    Oltre la sagra: cosa vedere a Genuri e dintorni

    Se decidete di trascorrere l’intera giornata a Genuri – e ve lo consiglio vivamente – approfittatene per esplorare il borgo e le sue bellezze. Il paese, arroccato su una collina a 250 metri di altitudine, offre scorci suggestivi sulla campagna circostante.

    E se avete tempo, la Marmilla merita una visita più approfondita. Il territorio è ricco di siti archeologici (nuraghe, domus de janas, tombe dei giganti), di chiese romaniche e di musei come il Museo del Territorio a Sa Corona Arrùbia e l’adiacente Parco Botanico .

    Il consorzio Sa Corona Arrùbia, presente a ogni tappa di Primavera in Marmilla con un proprio infopoint, mette a disposizione materiali informativi e offre anche la possibilità di noleggiare biciclette per esplorare le campagne in modo sostenibile .


    Informazioni pratiche per la visita

    • 📍 Dove: Genuri, in provincia del Sud Sardegna (Marmilla)
    • 🗓️ QuandoDomenica 31 maggio 2026
    • 🕒 Orari: dalle 10:00 alle sera (il programma dettagliato sarà pubblicato nei giorni precedenti sulla pagina Facebook ufficiale di Primavera in Marmilla)
    • 💰 Costo: ingresso libero; consumazioni a pagamento presso gli stand e le “corti aperte” delle cuoche
    • 🚗 Come arrivare: Genuri si trova a circa 55 km da Cagliari (1 ora di auto) e a circa 45 km da Oristano (50 minuti). La strada principale è la SS 197
    • 🅿️ Parcheggio: saranno allestite aree di parcheggio alle porte del paese, con navette gratuite per il centro (verificate i dettagli nelle settimane precedenti l’evento)
    • 📍 Infopoint: sarà presente uno stand del Consorzio Sa Corona Arrubia con materiali informativi e mappe del territorio 
    • 📞 Contatti utili:
      • Pagina Facebook: Primavera in Marmilla
      • Telefono: 070 934 1009 
      • Email: museoterritoriale@gmail.com 

    Perché “Donne di Gusto” è diversa da tutte le altre sagre

    Chiudo con una riflessione. Viviamo in un’epoca in cui il cibo è spesso spettacolo, performance, business. Le sagre rischiano di trasformarsi in luna park del gusto, dove si mangia tanto e si capisce poco.

    “Donne di Gusto” fa esattamente l’opposto.

    Rallenta. Si ferma. Ascolta. Mette al centro non il prodotto, ma chi lo produce. Non la ricetta, ma chi la custodisce. Non il piatto, ma la storia che lo accompagna.

    È una sagra che si fa racconto. Che celebra il talento femminile non con slogan vuoti, ma con gesti concreti: le mani di Antonia che impastano, le ricette di Grazia tramandate da generazioni, la maestria di Maria Luisa nel friggere una seada.

    Se siete in Sardegna il 31 maggio, non perdetevi Genuri. Venite a sedervi a una tavola imbandita, ad assaggiare un pecorino stagionato, a bere un bicchiere di Carignano, ad ascoltare una storia.

    Perché “Donne di Gusto” non è solo una sagra. È un abbraccio. È la Sardegna che si racconta al femminile. Ed è il modo migliore per chiudere la primavera.

    Chiudendo gli occhi, quasi si riesce a sentire Antonia bisbigliare tra sé mentre stende la sfoglia – una ninna nanna, forse, o una ricetta che si recita a memoria. Un suono antico, dolcissimo, che non si trova in nessuna guida turistica.

  • Fave in Sardegna: storia, leggende e ricette di un legume che ha nutrito un’isola

    Fave in Sardegna: storia, leggende e ricette di un legume che ha nutrito un’isola

    Dalla favata contadina alle fave lesse di Sant’Efisio, un viaggio nei sapori autentici della tradizione sarda

    C’è un legume, in Sardegna, che ha accompagnato la storia dell’isola per secoli. Un alimento semplice, povero, quasi umile, ma capace di nutrire generazioni di contadini e pastori, di ispirare proverbi e leggende, e di dare il nome persino a un castello medievale.

    Sto parlando della fava (Vicia faba). Un piccolo seme che racchiude in sé l’anima della Sardegna rurale, quella delle corti aperte, dei fuochi a legna e delle tavole imbandite per le grandi occasioni.

    A fine maggio, quando le prime fave fresche cominciano a riempire i mercati e le campagne si tingono di verde, è il momento perfetto per riscoprire questo ingrediente antico e le ricette che lo celebrano. Ecco tutto quello che c’è da sapere.


    La favella della fava: storia e tradizione

    La fava non è originaria della Sardegna – arriva dall’Asia – ma nell’isola è stata adottata e amata come poche altre cose. Gran parte delle famiglie sarde la coltivava negli orti di campagna e in montagna, lontano dai centri abitati.

    La sua semina avveniva in pieno inverno, per avere la raccolta in primavera, quando si consumavano le favette fresche. Durante l’inverno, invece, si utilizzavano le fave secche per piatti succulenti a base di verdure e carne suina.

    Un alimento fondamentale per secoli

    Per tutto il Medioevo e fino alla prima metà del Novecento, le fave secche hanno costituito la principale fonte di proteine di molte popolazioni dell’Italia del Sud, Sardegna compresa. Coltivate nei campi in rotazione con il grano, erano un elemento essenziale della dieta contadina.

    Il maiale allevato a livello domestico rappresentava per la famiglia sarda la principale fonte di proteine dell’alimentazione tradizionale, e le fave erano il complemento perfetto per accompagnare le carni suine in piatti ricchi e nutrienti.

    L’ironia cagliaritana: le fave come “pesce col colletto”

    I sardi, popolo ironico e orgoglioso, hanno sempre saputo ridere anche delle loro ristrettezze. A Cagliari, la favata (fave secche lessate e condite con aglio, menta, olio e pepe) si chiama ironicamente “pisci a collettu”, ossia “pesce col colletto”.

    Perché? Perché i cagliaritani, talmente poveri da non potersi permettere l’amato pesce, chiamavano così le fave a causa della striscetta nera che ha sulla buccia il legume secco, immaginandolo un pesce elegante, per darsi un tono, con il tipico humour cagliaritano. La stessa pietanza compare anche nel percorso del pellegrinaggio di Sant’Efisio a maggio, distribuita ai fedeli durante la processione.

    Proverbi e detti popolari

    Numerosi sono i detti popolari e i proverbi sardi che hanno come protagonisti le fave. Uno su tutti: “Genti e genti e fai cun lardu” , che significa che le persone dello stesso censo o della stessa età stanno bene tra loro come le fave col lardo. Oppure “candu proidi fai cun lardu” , che ha lo stesso significato de “alle calende greche”, cioè mai.

    Tra i tanti aneddoti, ce n’è uno che riguarda i sanluresi, abitanti di Sanluri, da sempre considerati grandi mangiatori di fave. Una storiella popolare narra che una famiglia di contadini, riunitasi per mangiare favette una domenica, ne mangiò così tante che il neonato, addormentato in una corbula (cesta tipica), fu completamente sommerso dalle bucce di fave che avevano invaso il pavimento. La madre, accortasi solo dopo molti minuti che la cesta col figlio era scomparsa, cominciò a scavare tra le bucce per ritrovare il piccolo, che fortunatamente dormiva beato e non si era accorto di nulla.


    Il Castello della Fava: una leggenda legata a un piccione

    Le fave sono così importanti in Sardegna da dare il nome persino a un castello medievale. A Posada, nel Nuorese, si erge il Castello della Fava (Casteddu de sa Fae), una fortezza pisana del XIII secolo che veglia sull’omonimo paese.

    La leggenda narra che intorno al 1300 una flotta di Turchi sbarcò sulle coste isolane e pose sotto assedio Posada, con l’intento di conquistarla per fame. Nel tentativo di ingannare gli assedianti, gli abitanti di Posada fecero mangiare l’ultima manciata di fave rimasta a un piccione, ferendolo leggermente.

    L’uccello, durante il volo, cadde nell’accampamento dei Turchi, che lo sventrarono e rivelarono lo stomaco pieno di fave. I Turchi, convinti che Posada fosse ricca di viveri e che non potesse essere facilmente conquistata, decisero così di rinunciare e abbandonare le coste dell’isola.

    Una leggenda che ha anche un fondo di storia: Posada fu effettivamente vittima di incursioni saracene a partire dal XIV secolo. Oggi il castello è visitabile e offre una vista spettacolare sulla valle del fiume Posada e sul mare.


    Le ricette della tradizione: dalla favata invernale alle fave fresche primaverili

    Fave lesse (o “pisci a collettu”) – Il piatto dei pellegrini

    La ricetta più semplice e antica, quella che ancora oggi viene distribuita durante la processione di Sant’Efisio a maggio.

    Ingredienti:

    • 500 g di fave secche
    • Menta fresca
    • 2 spicchi d’aglio
    • Olio extravergine d’oliva
    • Sale

    Preparazione:

    1. Mettere le fave a bagno per una notte intera.
    2. Lessarle per circa tre ore in acqua salata abbondante, insieme alla menta e agli spicchi d’aglio.
    3. Scolarle e servirle calde, condite con un filo d’olio.

    Nota: Questa ricetta, come accennato, era il piatto dei poveri, denominato ironicamente “pisci a collettu” (pesce col colletto) per la striscia nera sulla buccia che ricordava un elegante corsetto di cuoio.


    Favata Sassarese (Fabadda) – La ricetta invernale per eccellenza

    Questo è il piatto che meglio rappresenta l’incontro tra la terra (le fave) e l’allevamento (il maiale). Un tempo considerato povero perché alla portata di contadini e pastori, oggi è riconosciuto tra i piatti più ricercati dai buongustai.

    Ingredienti:

    • 1 kg di fave secche con la buccia
    • 1 mazzetto di finocchietto selvatico
    • 3 pomodori secchi
    • 1 spicchio d’aglio
    • 1 cipolla
    • 1 mazzo di bietole selvatiche e cicoria selvatica
    • 4 cardi o cavolo verza
    • Un pezzo di cotenna di maiale
    • 2 piedi di maiale
    • Olio extravergine d’oliva, peperoncino, sale

    Preparazione:

    1. La sera prima, lavate le fave e lasciatele in ammollo per tutta una notte in acqua tiepida con un cucchiaino di bicarbonato.
    2. Il giorno dopo, tritate l’aglio, la cipolla e il pomodoro secco e fateli rosolare in un tegame con poco olio.
    3. Unite le fave dopo averle scolate dall’acqua dell’ammollo, e aggiungete la carne.
    4. Coprite tutto con abbondante acqua di fonte e salate.
    5. A metà cottura, aggiungete il finocchietto selvatico e le verdure selvatiche (bietole, cicoria, cavolo verza o cardi) e il peperoncino.
    6. Lasciate sul fuoco per circa un’ora e mezza, fino a quando le fave e la carne saranno ben cotte.
    7. Servite in un bel vassoio di ceramica sarda e condite con un filo di olio a crudo.

    Abbinamento: Si sposa perfettamente con un buon Cannonau di Jerzu.


    Favata alla Sanlurese – La variante con l’arancia

    La versione della cittadina di Sanluri, nel Sud Sardegna, prevede un ingrediente segreto che la rende unica: la buccia d’arancia.

    Ingredienti (variante rispetto alla ricetta base):

    • 1 kg di fave secche
    • 300 gr di cotiche di maiale
    • 4 pomodori secchi
    • 2 spicchi d’aglio
    • La buccia di un’arancia (l’ingrediente segreto!)
    • 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva
    • 1 mazzetto di finocchietto selvatico o bietola selvatica
    • 1 cucchiaino di semi di anice
    • Sale q.b.

    Preparazione:

    1. Mettere a mollo le fave dalla sera precedente, poi sciacquarle.
    2. In una pentola, mettere l’olio, il pomodoro secco tritato, l’aglio, le cotiche e far rosolare a fuoco vivo per 3-4 minuti.
    3. Aggiungere le fave, l’arancia, il finocchietto e acqua fino a coprirle abbondantemente, salare.
    4. Cuocere il tutto per circa un’ora e mezza.
    5. Servire la favata calda, con fette tostate di pane di Sanluri.

    Fae e laldu (Fave e lardo) – Il piatto del Carnevale

    A Tula, piccolo paese del Logudoro, ogni anno nel giorno del giovedì grasso si organizza una grande mangiata collettiva sulla piazza centrale, cui partecipa praticamente l’intero paese. Il piatto unico è proprio il “fae e laldu” (fave e lardo), un pasto sostanzioso composto, oltre che dai due elementi essenziali, anche da carne di maiale, salsicce ed erbe aromatiche come il finocchio selvatico.

    Questa tradizione, nata oltre trent’anni fa per iniziativa di un volenteroso gruppo di giovani, è diventata uno degli eventi del Carnevale sardo. Il documentarista Fiorenzo Serra ha persino realizzato un film-documentario sull’evento, “Fae e laldu” (2002), che documenta l’intero ciclo della festa: dalla preparazione e cottura del cibo nei grandi paioli, alla distribuzione e consumo all’aperto.


    Un menu di fine maggio ispirato alle fave

    PortataRicettaCaratteristiche
    AntipastoFavette fresche crude con pecorinoLe primizie di maggio, semplici e deliziose
    PrimoFregola con favette e pecorinoUn primo piatto primaverile e leggero
    SecondoFae e LarduIl piatto sostanzioso a base di carne di maiale con fave e verza
    Piatto unicoFavata alla SanluresePer chi cerca il gusto deciso della tradizione invernale

    Un patrimonio da riscoprire

    Le fave in Sardegna non sono solo un alimento. Sono storia, cultura, ironia, leggenda. Dalle tavole dei pastori ai grandi paioli del Carnevale, dal piatto dei pellegrini di Sant’Efisio al nome di un castello medievale, questo piccolo legume racconta un’isola intera.

    A fine maggio, quando le favette fresche sono nel loro momento migliore, la tradizione si rinnova. Sedetevi a tavola, preparate una favata o un piatto di carciofi e fave, e assaporate un pezzo di Sardegna autentica.

    Bonu pratu! (Buon appetito!)

  • Pane carasau, pecorino e favette fresche: l’antipasto perfetto della primavera sarda

    Pane carasau, pecorino e favette fresche: l’antipasto perfetto della primavera sarda

    Un tripudio di sapori semplici e autentici, con una doverosa e importante avvertenza per chi soffre di favismo

    C’è un’immagine che più di ogni altra racconta la primavera in Sardegna: un tavolo all’ombra di un ulivo, un piatto di pane carasau appena croccante, una ciotola di favette fresche appena colte, e una fetta di pecorino giovane che aspetta solo di essere accostata al legume.

    Non serve altro. Non servono salse elaborate, cotture complicate o presentazioni sofisticate. Basta la materia prima, genuina e autentica, e la voglia di sedersi insieme a qualcuno e condividere un pasto che è un piccolo rito di passaggio: l’addio alla stagione fredda e il benvenuto al sole che si fa più caldo, ai profumi che si intensificano, alla vita che fiorisce.

    Questo antipasto, forse il più semplice e amato della tradizione sarda, è dedicato a tutti quelli che possono gustarlo. Con una premessa fondamentale, però: non tutti possono. E questo articolo vuole essere anche un doveroso campanello d’allarme per chi, magari senza saperlo, rischierebbe grosso sedendosi a quella stessa tavola.


    Pane Carasau: il “canto” del pane

    Il pane carasau non è solo un alimento. È il simbolo stesso della civiltà pastorale sarda. I pastori lo portavano con sé durante la transumanza, nei lunghi spostamenti tra i pascoli invernali e quelli estivi, perché grazie alla sua doppia cottura poteva conservarsi per mesi senza alterarsi .

    Il nome carasau viene dal verbo sardo carasare, che significa “tostare” o “rendere croccante”. Ma c’è anche un’etimologia più poetica: alcuni lo fanno derivare da carasa, ovvero “canto”, perché durante la preparazione le donne intonavano antichi ritmi per scandire i movimenti .

    La sua forma sottilissima, che in alcune varianti arriva a uno spessore di pochi millimetri, ha ispirato il celebre soprannome: “carta da musica” . E come una partitura, il carasau racconta una melodia antica fatta di grano, acqua, sale e lievito – nient’altro.

    Oggi, il pane carasau è Presidio Slow Food e viene prodotto in tutta l’isola seguendo metodi tradizionali. La sua versatilità in cucina è infinita: lo si mangia secco, inzuppato nel brodo, trasformato in pane frattau (il piatto povero dei pastori) o semplicemente condito con olio e sale per diventare pane guttiau. Ma nella sua forma più nuda e pura, è l’accompagnamento perfetto per le favette fresche e il formaggio.


    Pecorino: l’oro bianco della Sardegna

    Accanto al pane, in questo antipasto, c’è il pecorino. Ma non un pecorino qualunque. Per accompagnare le favette fresche – che hanno un sapore delicato, dolce, leggermente erbaceo – ci vuole un pecorino giovane, quello che i pastori chiamano frescu o de su atru die (dell’altro giorno).

    Questo formaggio, prodotto con latte di pecora intero e pasteggiato, non ha subito la lunga stagionatura che gli conferirebbe quella piccantezza inconfondibile del pecorino maturo. Al contrario, mantiene una consistenza morbida e burrosa, un sapore dolce e lattiginoso che si sposa alla perfezione con la croccantezza del pane e la freschezza delle fave.

    Il pecorino sardo, DOP dal 1996, è uno dei formaggi più antichi del Mediterraneo. Già nell’età del Bronzo, le comunità nuragiche allevavano pecore e producevano formaggi, come testimoniano i numerosi tomboli (contenitori per la caseificazione) ritrovati negli scavi archeologici. Una tradizione millenaria che arriva intatta sulle nostre tavole.


    Favette fresche: il gioiello verde di maggio

    Le favette fresche sono le fave raccolte in primavera, quando il baccello è ancora tenero e i semi all’interno non hanno raggiunto la piena maturazione. Sono più piccole, più dolci e molto più digeribili delle fave secche.

    In Sardegna, la raccolta delle favette è un momento quasi festoso. Le famiglie si recano negli orti o nei campi, riempiono ceste di vimini e poi si ritrovano all’ombra per sgusciarle insieme, chiacchierando e raccontandosi storie. È una pratica sociale antica, che riscalda il cuore prima ancora che lo stomaco.

    Per gustarle nell’antipasto tradizionale, le favette si servono crude: si tolgono dal baccello, si privano della sottile pellicina che le ricopre (anche se molti preferiscono tenerla per il suo leggero retrogusto amarognolo) e si mangiano insieme a un pezzetto di pecorino e a una scaglia di pane carasau.

    Come si mangia: si prende una favetta fresca, la si accosta a un piccolo cubetto di pecorino, e il tutto si adagia su un pezzo di pane carasau, magari leggermente inumidito per renderlo più morbido. Un boccone e via: esplodono i sapori della primavera sarda.


    Il lato oscuro: cos’è il favismo

    E qui arriviamo alla parte più delicata, e più importante, di questo articolo. Perché se da un lato le favette fresche sono una delizia per molti, dall’altro rappresentano un serio pericolo per la salute di una parte della popolazione sarda (e non solo) .

    Il favismo è una malattia genetica legata a una carenza dell’enzima G6PD (glucosio-6-fosfato deidrogenasi). Chi ne è affetto, se entra in contatto con le fave – ma anche con altri legumi come i piselli o con alcuni farmaci – può sviluppare una grave anemia emolitica acuta .

    Cosa significa in pratica? I globuli rossi, che diventano particolarmente fragili a causa della carenza enzimatica, vengono distrutti dal contatto con alcune sostanze presenti nelle fave (in particolare i glucosidi vicine e convicine). Il risultato è un improvviso e massiccio rilascio di emoglobina, che può portare a:

    • Ittero (colorazione gialla della pelle e delle sclere)
    • Febbre alta
    • Dolori addominali e alla schiena
    • Fortissima stanchezza
    • Urine scure (color coca-cola) , segno dell’emoglobina eliminata dai reni
    • Nei casi più gravi, insufficienza renale acuta che può richiedere la dialisi

    Il favismo colpisce soprattutto i maschi (perché il gene responsabile è localizzato sul cromosoma X), ma anche le femmine possono esserne affette se portatrici di entrambi i cromosomi mutati . In Sardegna, per ragioni che gli studiosi ancora oggi indagano, la prevalenza del favismo è particolarmente alta, arrivando in alcune aree a interessare fino al 30% della popolazione maschile .


    Un problema antico, noto in Sardegna da secoli

    Che il favismo fosse endemico in Sardegna lo si sapeva da molto prima che la medicina moderna ne scoprisse le cause molecolari. I contadini e i pastori sardi avevano già notato, empiricamente, che alcune persone non potevano mangiare le fave . Anzi, in alcuni casi, ne bastava l’inalazione del polline durante la fioritura o il contatto con le piante per scatenare la reazione.

    Le famiglie sarde hanno sempre fatto grande attenzione a questo aspetto, tramandandosi di generazione in generazione la conoscenza di chi, nel proprio albero genealogico, era affetto da questa “maledizione delle fave”. E in molti paesi, durante la sagra della fava o la raccolta primaverile, si mettono sempre in guardia i non-sardi: “Attenti, non tutti possono mangiarle” .


    Attenzione: la reazione può essere scatenata anche dal vino?

    Un aspetto meno noto: anche l’inalazione del polline delle piante di fava in fiore può scatenare la reazione nei soggetti più sensibili. Per questo, chi è affetto da favismo dovrebbe evitare non solo di mangiare le fave, ma anche di avvicinarsi ai campi durante la fioritura.

    Inoltre, alcuni studi hanno riportato rari casi in cui il favismo è stato scatenato dall’assunzione di vino rosso prodotto con uve raccolte in vigneti vicini a coltivazioni di fave, a causa di una possibile contaminazione crociata. Non è una evenienza comune, ma è un ulteriore elemento di cautela.


    Chi non può mangiare le favette fresche (e cosa fare in caso di emergenza)

    Il favismo non si cura. Si previene. L’unica vera terapia è evitare completamente il contatto con le fave – fresche, secche, cotte, crude, sotto forma di farina, o anche solo il polline.

    Se siete affetti da favismo (o sospettate di esserlo), non mangiate mai le favette fresche, nemmeno in piccolissime quantità. Non importa se sono cotte, fritte, trasformate in crema: il rischio è sempre presente.

    Se invece non conoscete la vostra condizione, e vi accingete a gustare questo antipasto sardo per la prima volta, osservate eventuali reazioni nelle ore successive. Soprattutto se avete origini sarde, meridionali o mediorientali (arene geografiche con alta incidenza del favismo), sarebbe opportuno effettuare un semplice esame del sangue per verificare i livelli dell’enzima G6PD prima di consumare fave in grandi quantità.

    Cosa fare in caso di sintomi: se dopo aver mangiato fave o favette manifestate ittero, urine scure, febbre o debolezza improvvisa, correte immediatamente al pronto soccorso. Non esitate, non aspettate che “passi da solo”. Il favismo può essere letale se non trattato tempestivamente, ma con un intervento medico rapido (che può includere trasfusione di sangue o, nei casi più gravi, dialisi) la prognosi è generalmente buona.


    Un antipasto per tutti (quelli che possono)

    Detto questo, per chi non è affetto da favismo, l’antipasto con pane carasau, pecorino e favette fresche è un’esperienza sensoriale unica. Un assaggio della Sardegna più vera, quella che si racconta con i sapori e con i gesti lenti di chi sa ancora sedersi a tavola e godersi il momento.

    Il consiglio per i non-favici è: approfittatene. Le favette fresche si trovano solo per poche settimane all’anno, da fine aprile a metà giugno. Dopo, diventano fave mature, più dure e amare, e l’incantesimo si spezza fino alla primavera successiva.

    Accompagnate il tutto con un buon bicchiere di Vermentino di Sardegna fresco e giovane, o con un Cannonau leggermente chinato se preferite il vino rosso. E lasciatevi andare.


    Un menu primaverile per chi può gustare le favette

    PortataRicetta
    AntipastoPane carasau, pecorino giovane, favette fresche crude
    PrimoFregola con favette e menta (per i non-favici)
    SecondoCarciofi trifolati con favette e piselli
    DolceSeadas con miele di corbezzolo
    VinoVermentimento di Sardegna DOC

    Un doveroso messaggio di consapevolezza

    Questo articolo non vuole spaventare né tanto meno demonizzare un piatto che è simbolo di convivialità e tradizione. Ma in un’epoca in cui la comunicazione gastronomica è spesso solo “bella” e “lifestyle”, c’è bisogno anche di informazione responsabile.

    Se conoscete qualcuno che soffre di favismo, non insistete perché “assaggi solo un po’”. Un singolo boccone può bastare a scatenare una crisi emolitica. Sono stati documentati casi di reazioni dopo l’ingestione di una sola fava.

    E se siete sardi, o avete origini sarde, e non avete mai fatto il test per il favismo, fate un esame del sangue. Costa poco, richiede pochi minuti, e può salvarvi la vita.

    Per tutti gli altri: buona primavera, e buon appetito. Le favette vi aspettano.

  • Come si mangiava in Sardegna cent’anni fa: la cucina contadina tra pane carasau, formaggi, legumi e vino novello

    Come si mangiava in Sardegna cent’anni fa: la cucina contadina tra pane carasau, formaggi, legumi e vino novello

    Un viaggio nei sapori autentici dell’Isola, tra tradizioni secolari e l’atmosfera di comunità che rivive alla Festa dell’Ospitalità Contadina di Collinas (24 maggio 2026)

    C’era un tempo, non troppo lontano, in cui in Sardegna il cibo non era solo nutrimento. Era rito, condivisione, resistenza. Era il risultato di un patto silenzioso tra l’uomo e una terra aspra e generosa allo stesso tempo, capace di offrire frutti preziosi a chi sapeva aspettare e rispettare i suoi tempi.

    Cent’anni fa, nelle campagne e nei piccoli borghi dell’Isola, la tavola dei contadini e dei pastori raccontava una storia di semplicità e ingegno. Ogni pasto era il frutto di un lavoro duro, ma anche di una sapienza antica tramandata di generazione in generazione. Non si buttava via nulla, tutto veniva trasformato: il maiale in salumi pregiati, il latte in formaggi dalla lunga stagionatura, il grano in un pane sottile come carta da musica che poteva durare mesi.

    Oggi, quella stessa autenticità si può ancora respirare (e assaggiare) in molte realtà dell’Isola. E c’è un appuntamento, in particolare, che vi permetterà di fare un vero e proprio tuffo nel passato: la Festa dell’Ospitalità Contadina a Collinas, in programma il 24 maggio 2026. Un evento che non è solo una sagra, ma un’esperienza immersiva nella Sardegna più vera, lontana dalle rotte del turismo di massa .

    Ecco cosa si mangiava (e si mangia ancora) nella tradizione contadina sarda.


    Il Pane Carasau: la “carta da musica” dei pastori

    Se c’è un alimento che più di ogni altro rappresenta l’ingegno della cucina povera sarda, questo è il pane carasau.

    Conosciuto anche come pane carasatu (letteralmente “tostato”) o, poeticamente, “carta da musica” per la sua straordinaria sottigliezza e croccantezza, questo pane era la riserva di cibo dei pastori che si allontanavano da casa per settimane durante la transumanza . Grazie alla sua doppia cottura, poteva conservarsi per mesi senza alterarsi .

    La sua preparazione era un vero e proprio rito collettivo, che coinvolgeva l’intera comunità. Le cochitoras, le donne che impastavano il pane di mestiere, erano depositarie di canzoni, racconti e memorie lontane. Mentre le mani lavoravano la semola di grano duro, l’aria si riempiva di storie e di quel profumo inconfondibile che ancora oggi evoca l’idea di casa e di famiglia .

    Il carasau si mangiava (e si mangia) in mille modi:

    • Secco, per accompagnare salumi e formaggi.
    • Bagnato appena con acqua o brodo, per essere arrotolato o piegato .
    • Nel pane frattau, un piatto povero nato dall’ingegno pastorale: i pezzetti di pane rimasti sul fondo della taschedda (lo zaino dei pastori) venivano recuperati la sera, ammorbiditi nel brodo di pecora, conditi con salsa di pomodoro, un uovo in camicia e abbondante pecorino grattugiato .

    I formaggi: l’oro bianco della pastorizia

    Cent’anni fa, il formaggio era molto più di un alimento: era moneta di scambio, risorsa per l’inverno, orgoglio di una famiglia. La pecora era la vera regina dell’economia sarda, e il suo latte veniva trasformato con sapienza antica.

    Il Pecorino Romano (che, paradossalmente, è nato in Sardegna e non a Roma) e il Pecorino Sardo rappresentavano la base dell’alimentazione contadina . Ma non solo: ogni massaia aveva le sue ricette per la ricotta, prodotta dal siero di latte avanzato, e i formaggi a pasta filata come la “Piritta”, una specialità di Bitti che ricorda il caciocavallo .

    Oggi, negli agriturismi più autentici, si può ancora vivere l’esperienza dello smurzu – la colazione del pastore – a base di salumi fatti in casa, formaggi dalla stagionatura decennale e l’immancabile pane carasau . Un pasto che racconta la fatica e la nobiltà di un mestiere antico.


    I legumi e il maiale: il piatto della comunità

    La favata è forse il piatto che meglio incarna lo spirito della cucina contadina sarda .

    L’inverno era il momento della macellazione del maiale, un evento che coinvolgeva l’intero paese. Non importava che l’animale fosse di proprietà di una famiglia specifica: tutte le parti venivano condivise e distribuite anche a chi non aveva nulla, confidando che in futuro il dono sarebbe stato ricambiato .

    In quei giorni di festa, i legumi – le fave messe in ammollo – venivano fatti bollire con testina, piedini e costine di maiale precedentemente messe sotto sale. Nell’acqua di cottura si aggiungevano gradualmente patate, verze, cipolle, scarola e finocchietto selvatico. Il risultato era una zuppa densa e nutriente, capace di scaldare il corpo e lo spirito, da servire con una spolverata di pecorino e pane abbrustolito .


    Il vino novello e l’ospitalità: il Carignano e i “Sentieri del Sulcis”

    E il vino? Cent’anni fa, in Sardegna, il vino non era un lusso: era pane liquido. Ogni famiglia contadina aveva la propria piccola vigna, e il vino che si beveva era quello dell’anno prima, autentico e non filtrato.

    Oggi, una delle più affascinanti eredità di quella cultura è il Carignano del Sulcis DOC, un vitigno a bacca rossa introdotto dalla Spagna intorno al 1300 e che nel Sulcis Iglesiente ha trovato un ambiente ideale per svilupparsi .

    Ciò che rende unico questo vino è il fatto che molte delle sue viti sono a piede franco – cioè non innestate – e crescono su terreni sabbiosi che le hanno salvate dalla fillossera. Oggi possiamo ancora ammirare vigneti di oltre cent’anni, coltivati ad alberello, che producono un vino dal rosso profondo, dalla struttura importante e dal carattere “arcigno” – come il territorio che lo genera .

    E proprio qui, nel Sulcis, nasce il progetto dei “Sentieri del Carignano”, un itinerario slow che si innesta nel Cammino Minerario di Santa Barbara e che unisce vino, storia mineraria e paesaggi mozzafiato . Un modo per camminare – metaforicamente e letteralmente – sulle orme dei contadini e dei minatori di un tempo, assaporando un vino che è simbolo di resilienza e riscatto.


    La Festa dell’Ospitalità Contadina a Collinas (24 maggio 2026): un viaggio nel tempo

    Se avete voglia di vivere tutto questo sulla vostra pelle – e sulle vostre papille gustative – segnatevi questa data: domenica 24 maggio 2026, a Collinas.

    La Festa dell’Ospitalità Contadina è l’evento che più di ogni altro incarna lo spirito della Sardegna autentica . Non è una semplice sagra: è un’immersione totale nella vita rurale di un tempo, dove le famiglie del paese aprono le loro corti per accogliere i visitatori e offrire il meglio dei loro prodotti.

    Cosa troverete a Collinas?

    • Corti aperte: case e cortili storici trasformati in piccoli ristoranti a cielo aperto, dove sedersi a tavola insieme agli abitanti del paese.
    • Piatti della tradizione contadina: pane carasau, formaggi, salumi, legumi, dolci tipici come le seadas (ravioli fritti ripieni di formaggio e miele) .
    • Musica e artigianato: canti a tenore, dimostrazioni di artigiani locali, laboratori per bambini.
    • Atmosfera di comunità: il senso di appartenenza e di condivisione che solo una comunità che apre le sue porte sa regalare .

    Come spiega il presidente di ASPEN, Roberto Cadeddu, eventi come questo “sono un’occasione concreta per valorizzare l’autenticità dei nostri territori e sostenere le comunità locali” . Ogni tappa diventa un’opportunità per entrare in contatto diretto con la quotidianità dei luoghi, lontano dai grandi flussi turistici .


    Perché (ri)scoprire la cucina contadina oggi

    Cent’anni fa, in Sardegna, mangiare era un atto semplice ma profondamente significativo. Era il momento in cui la comunità si riuniva, in cui il lavoro nei campi trovava la sua ricompensa, in cui le tradizioni venivano trasmesse dai nonni ai nipoti.

    Oggi, in un mondo che va sempre più veloce, riscoprire quei sapori – e l’atmosfera che li accompagna – è un modo per rallentare, ascoltare, assaporare. È un viaggio che non passa solo attraverso il palato, ma attraverso gli occhi, il tatto, l’olfatto e, soprattutto, il cuore.

    Venite in Sardegna a fine maggio. Sedetevi a una tavola contadina. Assaggiate un pecorino stagionato, inzuppate il pane carasau nel brodo, bevete un bicchiere di Carignano. E lasciatevi raccontare la storia di un’isola che non ha dimenticato – e non dimenticherà mai – chi è.


    Avete mai partecipato a una festa dell’ospitalità contadina in Sardegna? Conoscete altri eventi dove si può vivere la tradizione autentica dell’Isola? Raccontateci la vostra esperienza nei commenti!

    Informazioni utili – Festa dell’Ospitalità Contadina 2026

    • 📍 Dove: Collinas (in provincia del Sud Sardegna)
    • 🗓️ Quando: 24 maggio 2026
    • 💰 Costo: ingresso libero, consumazioni a pagamento presso le corti
    • 🚗 Come arrivare: Collinas si trova nella storica regione della Marmilla, facilmente raggiungibile da Cagliari (circa 50 km) e da Oristano (circa 40 km)
    • 💡 Consiglio: arrivate in mattinata per godervi la festa con calma. Portate con voi una macchina fotografica: i colori delle corti fiorite e dei costumi tradizionali sono uno spettacolo che merita di essere immortalato
  • Sapori di Sardegna: 4 ricette tradizionali da provare a fine maggio

    Sapori di Sardegna: 4 ricette tradizionali da provare a fine maggio

    Un viaggio nella cucina dell’Isola tra primi piatti primaverili, dolci al formaggio e il mitico “pane musica”

    Maggio è il mese perfetto per scoprire (o riscoprire) la cucina sarda. Non fa ancora troppo caldo, le erbe selvatiche sono nel momento migliore, e i prodotti di stagione – dalle fave fresche alle primizie – invitano a sperimentare in cucina.

    La tradizione gastronomica dell’Isola è fatta di semplicità e sapienza contadina: pochi ingredienti, lavorati con cura e nel rispetto dei tempi della natura. Pane, formaggio, legumi, pesce azzurro e dolci al miele: ecco i protagonisti di un viaggio culinario che vi porterà dritti dritti nel cuore della Sardegna più autentica.

    Ecco 5 ricette tradizionali perfette per il vostro menu di fine maggio.


    1. Culurgiones: i ravioli sardi con il marchio a spiga

    Partiamo da un grande classico della pasta ripiena sarda. I culurgiones (o culurgionis) sono i ravioli tipici dell’Ogliastra, riconoscibili dalla caratteristica chiusura a spiga che li rende unici al mondo.

    La ricetta originale

    Ingredienti per l’impasto :

    • 500 g di semola rimacinata di grano duro
    • Acqua tiepida q.b.
    • Un pizzico di sale

    Ingredienti per il ripieno :

    • 700 g di patate (preferibilmente rosse, farinose)
    • 250 g di pecorino sardo stagionato (o formaggio fiscidu – un formaggio di capra in salamoia – se lo trovate)
    • Menta fresca q.b. (non può mancare!)
    • 1 spicchio d’aglio
    • Olio extravergine d’oliva

    Preparazione :

    1. Lessate le patate con la buccia; quando sono cotte, pelatele e schiacciatele ancora calde.
    2. In una padella, soffriggete l’aglio nell’olio, poi aggiungetelo alle patate insieme al pecorino grattugiato e alla menta tritata finemente. Amalgamate bene.
    3. Per l’impasto: disponete la semola a fontana, aggiungete un pizzico di sale e incorporate l’acqua tiepida poco alla volta, lavorando fino a ottenere un composto liscio ed elastico. Lasciate riposare per 30 minuti.
    4. Stendete l’impasto sottile (circa 2-3 mm) e ricavate dei dischi di 10-12 cm di diametro.
    5. Al centro di ogni disco mettete una noce di ripieno, richiudete a mezzaluna e sigillate pizzicando i bordi per ottenere la tipica decorazione a spiga.
    6. Cuocete i culurgiones in abbondante acqua salata per 5-6 minuti. Scolateli non appena vengono a galla.
    7. Conditeli con sugo di pomodoro fresco e basilico o con semplice burro fuso e salvia. Spolverate con abbondante pecorino.

    Consiglio primaverile: Le erbe aromatiche fresche sono il segreto di questa ricetta. La menta dà quel tocco di freschezza che rende i culurgiones un piatto perfetto per la stagione .


    2. Fregola con fave fresche, erbe aromatiche e pecorino sardo

    Se cercate un primo piatto che è la primavera in un piatto, questa è la ricetta che fa per voi. La fregola – pasta tipica sarda a forma di piccoli grani – viene “risottata” e arricchita con le prime fave e un tripudio di erbe.

    La fregola è un prodotto artigianale a base di semola di grano duro, un tempo lavorata a mano dalle donne sarde che la “fregavano” (da cui il nome) contro un cesto di vimini per ottenere i caratteristici granuli irregolari .

    Ingredienti per 4 persone :

    • 280 g di fregola
    • 280 g di fave fresche (pesate già sgusciate)
    • Basilico, menta, finocchietto selvatico, prezzemolo (un mix generoso!)
    • 60 g di Pecorino Sardo Dolce DOP
    • 1 limone (la scorza)
    • Brodo vegetale q.b.
    • Olio extravergine d’oliva, sale, pepe

    Preparazione :

    1. Sbollentate le fave per 3-4 minuti in acqua bollente, poi trasferitele in acqua e ghiaccio (questo passaggio aiuta a conservare il colore verde brillante). Privatele della pellicina esterna – è la parte più lunga, ma ne vale la pena.
    2. Tritate finemente tutte le erbe aromatiche: prezzemolo, finocchietto, menta e basilico.
    3. In una casseruola, tostate la fregola a secco per qualche minuto.
    4. Iniziate ad aggiungere il brodo caldo un mestolo alla volta, come per un risotto, mescolando e lasciando che la fregola lo assorba gradualmente. La cottura richiede circa 16 minuti.
    5. A cottura ultimata, mantecate con una generosa dose di pecorino grattugiato e il trito di erbe aromatiche.
    6. Aggiungete la scorza grattugiata del limone e le fave. Regolate di sale, pepe e un filo d’olio a crudo.
    7. Servite immediatamente.

    Variante marinara: Se volete un piatto più sostanzioso, la fregola è eccellente anche con i frutti di mare nella versione “Fregula cun còccio” (vongole o arselle) .


    3. Pane Carasau: la “carta da musica” che non può mancare

    Il pane carasau non è una ricetta “da portata”, ma è il fondamento della tavola sarda. Conosciuto anche come “carta da musica” per la sua sottigliezza e la croccantezza rumorosa quando lo si spezza, questo pane era un tempo la riserva di cibo dei pastori durante la transumanza. Grazie alla doppia cottura (la carasatura), poteva conservarsi per mesi .

    Per il vostro blog, suggerisco di pubblicare la ricetta del pane carasau come un contenuto “da provare” per i più audaci, ma anche come spunto per usarlo nelle ricette che lo vedono protagonista.

    La ricetta base del pane carasau

    Ingredienti :

    • 500 g di semola rimacinata di grano duro
    • 300 ml di acqua tiepida
    • 4 g di lievito di birra fresco
    • 7 g di sale
    • Farina di semola per la spianatoia

    Preparazione (richiede pazienza e manualità!) :

    1. Impastare tutti gli ingredienti fino a ottenere un panetto liscio e omogeneo. Lasciar lievitare 30 minuti.
    2. Dividere l’impasto in porzioni da 100 g, formare delle palline e lasciarle riposare altri 30 minuti.
    3. Stendere ogni pallina in un disco sottilissimo (quasi trasparente) di circa 30 cm di diametro.
    4. Cuocere i dischi uno alla volta in forno caldissimo (massima temperatura) su pietra refrattaria: in pochi secondi si gonfieranno.
    5. Una volta sfornati, tagliare i bordi gonfi con le forbici per separare i due fogli che si sono formati.
    6. Seconda cottura: rimettere ogni singolo foglio in forno per 2-3 minuti, finché non diventa croccante e dorato.

    Come usare il pane carasau in primavera :

    • Pane Frattau: Il piatto povero dei pastori – strati di carasau ammorbidito nel brodo, alternati a salsa di pomodoro, un uovo in camicia e abbondante pecorino.
    • Insalate primaverili: Spezzettatelo come crostino croccante su un’insalata di fave, piselli e menta.
    • Aperitivo sardo: Servitelo con formaggi freschi e salumi, magari con una leggera spolverata di olio e origano (pane guttiau).

    4. Seadas (o Sebadas): il dolce “non dolce” per eccellenza

    Chiudiamo in dolcezza – ma non troppo. Le seadas (o sebadas) sono il dessert più iconico della Sardegna, un dolce che in realtà nasce come secondo piatto dei pastori. Si narra che le donne preparassero queste frittelle di formaggio per i mariti che rientravano a casa dopo la giornata di pascolo, un gesto d’amore e di sostentamento .

    Cosa le rende speciali? L’incredibile contrasto tra l’esterno croccante, il ripieno di formaggio filante e il miele che le ricopre.

    La ricetta autentica

    Per l’impasto (la “pasta violada”) :

    • 150 g di semola rimacinata di grano duro
    • 25 g di strutto (o olio extravergine)
    • Acqua tiepida q.b. (circa 70-80 ml)
    • Un pizzico di sale

    Per il ripieno :

    • 100 g di formaggio fresco di pecora (pecorino “primo sale” o, meglio ancora, il casu furriau – un formaggio acidulo tipico)
    • 10 g di semola rimacinata
    • Scorza grattugiata di un limone non trattato

    Per la frittura e la finitura :

    • Olio di semi di arachide (o strutto, per la versione originale)
    • Miele di corbezzolo o di castagno (fondamentale! Non usate miele millefiori generico)

    Preparazione :

    1. Per la pasta violada: lavorate la semola con lo strutto fino a ottenere delle briciole. Aggiungete l’acqua tiepida poco alla volta e impastate fino a ottenere un composto liscio. Lasciate riposare 30 minuti.
    2. Per il ripieno: fate fondere il formaggio a fuoco bassissimo in un tegame (se necessario, aggiungete un cucchiaio di latte). Una volta fuso, aggiungete la semola e la scorza di limone, mescolate e lasciate raffreddare. Formate delle palline.
    3. Stendete la pasta sottile (circa 5 mm) e ricavate dei dischi di 10-12 cm di diametro.
    4. Mettete una pallina di formaggio al centro di un disco, coprite con un altro disco, sigillate bene i bordi premendo con le dita (potete inumidirli con acqua per una chiusura più sicura).
    5. Friggete le seadas in olio caldo (o strutto) fino a doratura, un minuto circa per lato. Aiutatevi con un cucchiaio per bagnare la parte superiore con l’olio caldo – non giratele troppo o si rompono.
    6. Scolate su carta assorbente, servite caldissime con abbondante miele fuso versato sopra.

    Nota importante: Le seadas vanno servite subito, appena fritte. Il formaggio all’interno deve essere filante, la sfoglia croccante. Una volta fredde, perdono gran parte della loro magia .


    Un menu di maggio ispirato alla Sardegna

    Per chi volesse organizzare una cena a tema sardo a fine maggio, ecco un esempio di menu:

    PortataRicettaAbbinamento vino
    AntipastoPane carasau guttiau con formaggi freschi e salumiVermentino di Sardegna
    PrimoFregola con fave fresche e pecorinoVermentino doc
    SecondoFrittura di pesceVermentino o Cannonau giovane
    DolceSeadas con miele di corbezzoloMalvasia di Bosa o Vernaccia di Oristano

    Perché cucinare sardo a maggio

    La cucina sarda è fatta di stagionalità. A maggio:

    • Le erbe aromatiche (menta, finocchietto, nepitella) sono selvagge e profumatissime.
    • Le fave sono tenere e dolci, perfette per essere gustate crude (con il pecorino!) o cotte.
    • Il pesce azzurro è nel suo miglior momento.
    • Il formaggio fresco (quello che si usa per le seadas) è ancora di una cremosità unica.

    Provate a mettervi ai fornelli con queste ricette. Non solo porterete in tavola i sapori autentici della Sardegna, ma vi immergerete in una tradizione fatta di gesti lenti, ingredienti genuini e amore per la buona cucina.

    Bon appetit – o, come si dice in sardo, “Bonu pratu!” 🍷

  • Identità Svelate a Sassari: il costume tradizionale sardo si racconta in una mostra diffusa

    Identità Svelate a Sassari: il costume tradizionale sardo si racconta in una mostra diffusa

    Fino al 30 maggio 2026, quattro sedi espositive per un viaggio nell’abito femminile della Sardegna tra storia, artigianato e memoria

    C’è un modo, in Sardegna, di raccontare chi si è senza bisogno di parole. È il costume tradizionale. Quel concentrato di stoffe, colori, ricami e gioielli che ogni comunità dell’isola ha cucito nei secoli come una seconda pelle, un’identità visibile, un orgoglio da indossare nelle occasioni che contano.

    A Sassari, fino al 30 maggio 2026, questo patrimonio straordinario è protagonista di “Identità Svelate” , una mostra diffusa che celebra l’abito femminile sardo in tutte le sue varianti . L’esposizione, che apre il ricco cartellone della 75ª Cavalcata Sarda, rappresenta il focus tematico scelto dall’amministrazione comunale per l’edizione 2026 della “Festa della Bellezza” .

    Non una mostra tradizionale, ma un percorso a tappe che si snoda attraverso quattro sedi prestigiose del centro storico, ognuna dedicata a un aspetto specifico dell’abito tradizionale . Un’occasione unica per immergersi in un universo fatto di tessuti pregiati, tecniche artigianali secolari e simboli antichi.

    Ecco cosa vi aspetta.


    Il progetto: un racconto visivo coordinato

    L’idea alla base di “Identità Svelate” è ambiziosa: raccontare l’abito tradizionale sardo non come un reperto museale, ma come un elemento vivo e in continua evoluzione. L’assessora alla Cultura di Sassari, Nicoletta Puggioni, ha spiegato il cambio di prospettiva rispetto al passato: «Per troppo tempo la Cavalcata è rimasta uguale a sé stessa. Quest’anno mettiamo al centro il lavoro artigiano che sta dietro la bellezza, con un focus sul costume tradizionale» .

    Le quattro esposizioni sono legate da un’immagine coordinata studiata dalla designer Mara Damiani, che ha unito i luoghi in un racconto visivo coerente . L’intero percorso è visitabile fino al 30 maggio, con orari e aperture consultabili sul sito del Comune di Sassari .


    Le quattro sedi della mostra diffusa

    1. Padiglione Tavolara – “TRA-ME, Tradizione e Meraviglia”

    Il Padiglione Tavolara, storico spazio espositivo nel cuore di Sassari, ospita il cuore della mostra . Qui, “TRA-ME” (un gioco di parole che unisce “tradizione” e “meraviglia”) propone un percorso che esplora il costume femminile sardo attraverso abiti d’epoca, tessuti pregiati e ricami provenienti da diverse comunità dell’isola.

    L’obiettivo è mostrare la straordinaria varietà dei costumi sardi: ogni paese ha il suo modello, riconoscibile da dettagli precisi come il copricapo, il colore del corpetto o la foggia della gonna . Come spiegano gli esperti, in Sardegna “l’abito della tradizione ha caratteristiche analoghe alla lingua locale: ogni comunità ha il suo abito tradizionale, così come ha la sua parlata tipica” .

    2. Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico “Sanna” – “Dentro e fuori il museo: gli abiti del Sanna in un’esposizione partecipata”

    Il prestigioso Museo “Sanna” propone un approccio innovativo: un’esposizione che non si limita a mostrare gli abiti delle sue collezioni, ma li contestualizza all’interno della vita e delle tradizioni delle comunità che li hanno indossati .

    L’aspetto più affascinante? È un’esposizione partecipata, che coinvolge le comunità locali nel racconto e nella valorizzazione del proprio patrimonio. Un modo per restituire voce a chi quegli abiti li ha indossati, tramandati, custoditi.

    3. Pinacoteca Nazionale di Sassari – “Vestire da Regina: dipingere un’isola favolosa”

    La Pinacoteca Nazionale affronta il tema del costume da una prospettiva diversa: quella artistica . Attraverso dipinti e ritratti d’epoca, la mostra “Vestire da Regina” esplora come l’abito tradizionale sardo sia stato rappresentato nell’arte nel corso dei secoli.

    Le tele raccontano un’isola percepita come favolosa e lontana, dove il costume diventa simbolo di un’identità forte e riconoscibile. È interessante notare come anche grandi personalità del passato, come Dante Alighieri nella Divina Commedia, abbiano avuto modo di notare e commentare le peculiarità dell’abbigliamento sardo .

    4. Sala Giuseppe Duce di Palazzo Ducale – “L’arte del ricamo: trenta varianti del bustino femminile”

    L’ultima tappa del percorso è forse la più sorprendente. Nella sala Giuseppe Duce di Palazzo Ducale, la mostra si concentra su un dettalo specifico dell’abito femminile: il bustino .

    «Trenta varianti del bustino femminile» dimostra come anche un singolo elemento dell’abito possa variare in modo straordinario da un paese all’altro, raccontando storie diverse di artigianato, gusto e tradizione. I bustini esposti mostrano una varietà sorprendente di ricami, tessuti, colori e tecniche di confezione, testimoniando l’incredibile ricchezza del patrimonio artigianale sardo.


    L’abito tradizionale sardo: un patrimonio di significati

    Ma cosa rende il costume tradizionale sardo così speciale da meritare una mostra interamente dedicata? La risposta sta nella sua capacità di raccontare.

    Un’identità, mille varianti

    Come accennato, non esiste un solo costume sardo, ma centinaia di varianti, ognuna legata a un paese o a una comunità specifica . I costumi femminili di Oristano non assomigliano a quelli di Nuoro, e quelli di Desulo sono immediatamente riconoscibili rispetto a quelli di Cabras o di Samugheo .

    Questa varietà è il riflesso della storia dell’isola: un territorio frammentato, con comunità che per secoli hanno sviluppato tradizioni autonome, pur condividendo una stessa identità di fondo .

    Eleganza e simbolismo

    Dal punto di vista stilistico, i costumi sardi colpiscono per l’equilibrio tra esuberanza ed eleganza . Quelli femminili sono composti da gonne ampie, camicie ricamate, corpetti aderenti e scialli finemente decorati. I colori spaziano dal nero profondo al rosso intenso, dal blu al verde, con accenti dorati che richiamano gioielli e bottoni in filigrana .

    Quelli maschili, più essenziali ma non meno carichi di significato, prevedono camicie bianche, gilet, pantaloni in orbace o velluto e il caratteristico copricapo: la tradizionale berritta, nera o rossa, a forma di sacco .

    Le antiche origini

    Gli studiosi hanno notato sorprendenti analogie tra alcune caratteristiche del costume sardo (in particolare il corpetto femminile che evidenzia il seno) e i costumi minoici dell’antica Creta . Già nel 1855, Padre Antonio Bresciani osservava come certe fogge dell’abito sardo fossero «antichissime al ragguaglio de’ monumenti» .

    Questa connessione non deve stupire: gli antichi sardi, come gli altri popoli del mare, viaggiavano nel Mediterraneo e scambiavano materiali e usanze. I costumi tradizionali, in questo senso, sono veri e propri monumenti che portano i segni della lunga storia dell’isola e dei suoi abitanti .

    I gioielli: tra estetica e magia

    Non si può parlare di costume sardo senza menzionare i gioielli che lo impreziosiscono. Bottoni in argento e oro, collane, orecchini, spille e amuleti raccontano storie di artigianato raffinato e, talvolta, di antichi saperi magici .

    Secondo la leggenda, erano le Janas (le fate delle antiche Domus de Janas) a tessere fili d’oro e d’argento per creare gioielli in filigrana . Tra tutti, il più celebre è la fede sarda, capace di intrecciare le vite di due amanti. La sua forma tradizionale presenta piccole sfere che simboleggiano i chicchi di grano, segno di prosperità e del legame dei due innamorati con la loro terra .


    Quando il costume torna a vivere

    Oggi i costumi tradizionali della Sardegna escono dagli armadi nelle occasioni più importanti: feste patronali, processioni religiose, sagre, rievocazioni storiche . La Cavalcata Sarda del 17 maggio, naturalmente, sarà l’appuntamento clou in cui questi abiti torneranno a sfilare per le vie di Sassari .

    Come sottolinea il sindaco Giuseppe Mascia, l’obiettivo è far sì che Sassari «riacquisti un ruolo centrale nell’isola» attraverso la valorizzazione della propria identità culturale . E “Identità Svelate” è il primo, fondamentale passo in questa direzione.


    Informazioni pratiche

    • 📍 Dove: quattro sedi nel centro di Sassari:
      • Padiglione Tavolara
      • Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico “Sanna”
      • Pinacoteca Nazionale di Sassari
      • Sala Giuseppe Duce, Palazzo Ducale 
    • 🗓️ Quando: dal 9 maggio al 30 maggio 2026 
    • 🕒 Orari: consultabili sul sito del Comune di Sassari (le singole sedi possono avere orari diversi)
    • 💰 Costo: l’ingresso alle mostre potrebbe variare a seconda della sede (verificare sul sito ufficiale)
    • 🎟️ Evento speciale: venerdì 15 maggio, su Videolina, andrà in onda una puntata speciale del programma “Bistimenta” condotto da Ambra Pintore, interamente dedicata alla mostra diffusa 
    • 📍 Infopoint: in piazza Castello sarà attivo il villaggio espositivo “Tradizioni in movimento – Visioni di Sardegna” con materiali informativi 

    Perché visitare “Identità Svelate”

    “Identità Svelate” non è una mostra per soli appassionati di folklore o di moda. È un viaggio nell’anima della Sardegna, un’opportunità per capire come un’isola intera abbia scelto di raccontarsi – e di resistere – attraverso il linguaggio universale dell’abbigliamento.

    Come scrive Antonio Malandrone, studioso di tradizioni sarde, «a guardar bene anche gli abiti tradizionali possono essere considerati dei veri e propri monumenti, che portano i segni della lunga storia dell’Isola e dei suoi abitanti» .

    Venite a Sassari. Passeggiate da una sede all’altra. Lasciatevi sorprendere dalla varietà dei ricami, dalla ricchezza dei tessuti, dalla profondità dei significati. E scoprirete che ogni costume è una storia, e ogni storia è un pezzo di Sardegna.

  • La Cavalcata Sarda: quando Sassari diventa la “Festa della Bellezza”

    La Cavalcata Sarda: quando Sassari diventa la “Festa della Bellezza”

    75 anni di tradizione: 2mila figuranti, 58 paesi e un mese di eventi per celebrare l’identità sarda

    Se pensate che dopo Sant’Efisio la Sardegna si “fermi”, vi sbagliate di grosso. Il 17 maggio 2026 un’altra grande kermesse popolare farà battere il cuore dell’isola, questa volta nel nord: la Cavalcata Sarda di Sassari, giunta alla sua 75ª edizione.

    Considerata la più grande manifestazione laica della Sardegna, la Cavalcata è un’esplosione di colori, suoni e profumi che trasforma il capoluogo turritano in un palcoscenico a cielo aperto. E quest’anno, per il traguardo importante dei 75 anni, il Comune ha deciso di fare le cose in grande: un mese intero di eventi per celebrare quella che chiamano la “Festa della Bellezza” .

    Ecco tutto quello che c’è da sapere su questo evento imperdibile.


    Cos’è la Cavalcata Sarda? Un po’ di storia

    A differenza di Sant’Efisio, che ha origini religiose legate a un voto per la peste del 1656, la Cavalcata Sarda nasce come manifestazione laica. La sua prima edizione risale al 1951, quando l’amministrazione comunale di Sassari volle creare un evento che riunisse le tradizioni di tutta l’isola in un’unica, spettacolare sfilata .

    L’idea era semplice ma geniale: far sfilare per le vie della città i gruppi folkloristici provenienti da ogni angolo della Sardegna, ciascuno con i propri costumi tradizionali, i propri canti e le proprie danze. Da allora, ogni terza domenica di maggio, Sassari mantiene fede a questo appuntamento, che con gli anni è diventato un appuntamento fisso per gli amanti del folklore e un’importante vetrina turistica per l’isola .

    Dal 2006 l’organizzazione è passata direttamente al Comune di Sassari, che quest’anno festeggia i 20 anni di gestione diretta dell’evento .


    Il programma 2026: un mese di eventi

    Quest’anno la Cavalcata non è solo una giornata, ma un vero e proprio festival diffuso che parte il 9 maggio e si conclude il 30 maggio. Ecco gli appuntamenti principali .

    Dal 9 al 30 maggio – “Identità Svelate”: la mostra diffusa sul costume sardo

    Il tema scelto per il 75º anniversario è l’abito tradizionale femminile. Per tutto il mese, quattro sedi prestigiose ospiteranno una mostra diffusa intitolata “Identità Svelate” :

    • Padiglione Tavolara: “Tra-Me Tradizione e Meraviglia”
    • Museo Sanna: abiti storici delle collezioni
    • Pinacoteca Nazionale: il rapporto tra pittura e identità sarda
    • Palazzo Ducale: le varianti del bustino femminile

    Venerdì 15 maggio – La “Cavalcata dei Bambini”

    La grande novità di quest’anno è dedicata ai più piccoli. Circa 250 bambini provenienti da tutta l’isola sfileranno per le vie del centro storico indossando gli abiti tradizionali dei loro paesi d’origine. Il corteo si concluderà in piazza Tola con canti e balli. Un evento perfetto per famiglie, organizzato insieme alla Fondazione Maria Carta .

    Nella stessa giornata, un laboratorio dimostrativo di camiceria sarda si terrà in un esercizio storico di corso Vittorio Emanuele (su prenotazione) .

    Sabato 16 e domenica 17 maggio – La Rassegna di canti e danze

    Nel week-end clou, piazza d’Italia diventa il palcoscenico della tradizione. Si esibiranno :

    • 30 cori, gruppi a tenore e musicisti
    • 37 gruppi di ballo e canto sardo

    Spettacolo garantito dalla mattina alla sera.

    Domenica 17 maggio – La GRANDE SFILATA (il momento clou)

    Il cuore pulsante della festa. Il corteo parte alle 9:00 da via Asproni (zona San Giuseppe) e attraversa le vie principali: via Roma, piazza d’Italia, via Cagliari, via Brigata Sassari, viale Italia, per concludersi in via Manno entro le 14 .

    I numeri da record :

    CosaQuantità
    Figuranti totaliOltre 2.000
    Gruppi a piedi67
    Gruppi a cavallo26
    Paesi e città rappresentati58
    Donne in abito tradizionale160 (il momento più atteso)
    Transenne2.500
    Previsione di pubblico50.000 persone

    Tribune: una tribuna coperta da 1.080 posti in piazza d’Italia (biglietto 35 euro) e una tribuna gratuita per disabili in via Roma .

    Nel pomeriggio, all’Ippodromo Pinna, spettacolo delle pariglie (prove acrobatiche a cavallo) con 7 gruppi partecipanti .


    Un evento “diffuso”: anche fuori Sassari

    La Cavalcata Sarda non è solo la sfilata di domenica. L’intera città si anima con :

    • Villaggio espositivo “Tradizioni in movimento” in piazza Castello (15-17 maggio): artigianato e promozione turistica
    • Area mercatale di 4.200 mq con 271 stalli tra food e commerciale
    • Eventi collaterali nei dintorni: a Sorso, il 1° maggio, concerto di Fred De Palma al Parco Vita ; a Castelsardo, il 1° maggio, il “Castel Ballo” in piazza Pianedda .

    Come arrivare e informazioni utili

    Date: 17 maggio 2026 (con eventi dal 9 al 30 maggio)

    Dove: Sassari, centro storico

    Ingresso alla sfilata: gratuito lungo il percorso

    Tribuna a pagamento: piazza d’Italia, 35 euro 

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  • Monte d’Accoddi: lo Ziggurat sardo che sfida il tempo e l’archeologia

    Monte d’Accoddi: lo Ziggurat sardo che sfida il tempo e l’archeologia

    Sassari custodisce il monumento preistorico più unico del Mediterraneo

    C’è un luogo in Sardegna che non somiglia a nessun altro. Non è un nuraghe, non è una tomba dei giganti, non è un pozzo sacro. È qualcosa di completamente diverso, una struttura che gli archeologi hanno faticato a classificare e che ancora oggi, a distanza di migliaia di anni, continua a sollevare domande e a suscitare stupore.

    Sto parlando di Monte d’Accoddi, un altare prenuragico situato nel territorio di Sassari, a pochi chilometri dalla città, che rappresenta una delle testimonianze archeologiche più enigmatiche e affascinanti non solo della Sardegna, ma dell’intero bacino del Mediterraneo .

    La sua forma, una piattaforma tronco-piramidale a gradoni sormontata da una rampa d’accesso, evoca immediatamente l’immagine degli ziggurat mesopotamici. Ed è proprio per questo che Monte d’Accoddi viene spesso chiamato lo “Ziggurat sardo”. Ma è davvero così? E cosa sappiamo di questo luogo sacro che ha oltre 5.000 anni?


    Il nome e la scoperta

    Il nome Monte d’Accoddi deriva verosimilmente dal sardo logudorese e significa “Monte o collina delle Pietre” . Per secoli, infatti, quella che oggi riconosciamo come una struttura imponente era nascosta sotto un cumulo di terra e detriti che ne avevano fatto una semplice collinetta. Un “monte di pietre”, appunto.

    La scoperta del sito archeologico avvenne nel 1947 da parte di un agricoltore che, lavorando il terreno, si imbatté in manufatti antichi . Fu però nel 1952 che iniziarono i primi veri scavi, condotti dall’archeologo Ercole Contu, proseguiti poi da Santo Tinè tra il 1979 e il 1990 . Fu grazie al loro lavoro che emerse dalla terra una delle strutture più sorprendenti dell’intera preistoria europea.


    La storia: un santuario costruito in due templi

    Le indagini archeologiche hanno rivelato che l’area di Monte d’Accoddi fu frequentata già a partire dal Neolitico medio (V millennio a.C.). Qui sorgevano villaggi di capanne e una necropoli con tombe ipogeiche del tipo domus de janas, appartenenti alla Cultura di Ozieri.

    Ma fu intorno al 4000-3650 a.C. che venne edificata la prima grande struttura sacra .

    Il Tempio Rosso (4000-3500 a.C. circa)

    I popoli della Cultura di Ozieri costruirono un’ampia piattaforma sopraelevata, a forma di tronco di piramide, di circa 27 metri per lato e 5,5 metri di altezza . Vi si accedeva tramite una rampa lunga circa 25 metri . Sulla sommità della piattaforma sorgeva un edificio rettangolare di 12,50 metri per 7,20, interpretato come un tempio o una cella sacra .

    Questo primo santuario è conosciuto come “Tempio Rosso” perché la maggior parte delle sue superfici era intonacata e dipinta con ocra rossa. Sono state trovate anche tracce di giallo e di nero . Oggi, di questa struttura originaria rimangono solo il pavimento e il muro perimetrale, alto circa 70 centimetri .

    Il grande altare a gradoni (2800-2400 a.C. circa)

    All’inizio del III millennio a.C., probabilmente in seguito a un incendio, la struttura venne abbandonata . Ma intorno al 2800 a.C., le genti della Cultura di Abealzu-Filigosa decisero di non ricostruire semplicemente il vecchio tempio. Lo inglobarono, ricoprendolo completamente con un colossale riempimento di terra, pietre e calcare polverizzato.

    Sovrapponendosi al Tempio Rosso, crearono una seconda, imponente piattaforma a gradoni, che è quella che vediamo oggi. Le sue dimensioni sono notevoli: 36 metri per 29 di base, per un’altezza di circa 10 metri . La nuova rampa d’accesso, lunga 41,80 metri, fu costruita sopra quella più antica, come una sorta di “matrioska” architettonica .

    Questo secondo santuario, con la sua forma a gradoni, è quello che ha fatto paragonare Monte d’Accoddi a uno ziggurat mesopotamico .


    Perché è considerato un unicum nel Mediterraneo

    La domanda che da sempre accompagna Monte d’Accoddi è: com’è possibile che una struttura simile sorga in Sardegna?

    Gli ziggurat erano tipici della Mesopotamia (l’odierno Iraq), dove venivano costruiti a partire dal III millennio a.C. come templi a gradoni dedicati alle divinità. Eppure, a migliaia di chilometri di distanza, nella Sardegna del Nord-Ovest, troviamo un monumento che presenta sorprendenti analogie con quell’architettura.

    Non è un caso che Monte d’Accoddi venga definito “unico non solo in Europa, ma nell’intero bacino del Mediterraneo” .

    Ci sono diverse ipotesi:

    1. Contatti con l’Oriente: alcune teorie suggeriscono scambi culturali tra la Sardegna e le civiltà del Mediterraneo orientale nel IV millennio a.C.
    2. Migrazione: più recentemente, gli archeologi G. e M. Webster hanno ipotizzato che il monumento possa essere frutto di una migrazione (forse un esilio) dalla Mesopotamia avvenuta nella prima metà del IV millennio a.C. 
    3. Sviluppo indipendente: altri ritengono che popolazioni diverse, in luoghi distanti, possano essere giunte a soluzioni architettoniche simili in modo autonomo.

    Qualunque sia la risposta, Monte d’Accoddi rimane una testimonianza unica di un culto e di un’architettura che non ha eguali in Occidente.


    Un luogo di sacrifici e rituali

    Cosa accadeva sulla cima di questo altare? Gli scavi hanno fornito indizi preziosi. L’altare era considerato il punto di incontro tra l’umano e il divino . Qui venivano celebrati riti di fertilità e sacrifici animali.

    Ai piedi della piramide a gradoni, gli archeologi hanno rinvenuto grandi accumuli di resti ossei di animali – principalmente pecore, bovini e maiali – riconducibili a pasti sacri e sacrifici . Monte d’Accoddi è considerato uno dei più antichi siti sacrificali dell’Europa occidentale .


    Cosa vedere nell’area archeologica

    Oltre all’imponente altare, il sito di Monte d’Accoddi conserva altri manufatti di grande interesse che meritano una visita :

    ManufattoDescrizione
    Il MenhirAlta 4,40 metri e pesante 5,7 tonnellate, è stato recentemente rialzato nella sua posizione originaria 
    La lastra sacrificaleUn enorme blocco di calcare di 8,2 tonnellate, con sette fori passanti ai bordi che servivano probabilmente per legare le vittime dei sacrifici. Si trova sopra un inghiottitoio naturale 
    La Capanna dello StregoneUn’abitazione con più vani, l’unica del suo genere nell’area, così chiamata per i singolari reperti rinvenuti al suo interno durante gli scavi 
    Le pietre sferoidaliDue grandi sfere di pietra, probabilmente simboli astrali (Sole e Luna) o legate a culti della fertilità 

    Il dibattito sul restauro

    Una nota doverosa: il monumento che vediamo oggi non è esattamente come gli archeologi lo hanno ritrovato. Negli anni ottanta, Monte d’Accoddi fu oggetto di un pesante intervento di restauro. Oggi molti studiosi parlano di ricostruzioni arbitrarie o ingiustificate, soprattutto per quanto riguarda la rampa d’accesso e il posizionamento di alcuni reperti .

    È una critica che va tenuta presente quando si visita il sito: si cammina su una struttura che è stata in parte “ricomposta” e interpretata, più che semplicemente conservata. Resta comunque un luogo di straordinario fascino.


    Informazioni pratiche per la visita

    Se volete visitare Monte d’Accoddi, ecco tutto quello che c’è da sapere :

    • Dove si trova: a circa 13 km da Sassari, lungo la ex Strada Statale 131 in direzione Porto Torres (uscita per Bancali). L’indirizzo preciso è Strada Vicinale Monte d’Accoddi, 4, 07100 Sassari 
    • Orari di apertura:
      • Aprile – Ottobre: martedì – domenica, 9:00 – 18:00
      • Novembre – Marzo: martedì – domenica, 9:00 – 14:00
      • Lunedì: chiuso
    • Biglietti:
      • Intero: € 10,00
      • Ridotto (studenti 6-25 anni, gruppi minimo 10 persone): € 8,00
      • Famiglie: € 5,00 
    • Accessibilità: il sito è parzialmente accessibile a persone con mobilità ridotta (l’area esterna sì, la rampa principale potrebbe presentare difficoltà) 

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